buffa persona z

[the aim of literature is the creation of a strange object covered with fur which breaks your heart. d.b.]

giovedì, settembre 29, 2005 

[01:25]

[un po' di serietà, dai]

volete ucciderlo?

bene.

ora è PIU' FACILE

e lui stesso vi dirà come fare.

1.

Già - è proprio facile: per uccidermi, in questo momento storico, basta farmi perdere tempo - anzi: basta farmi perdere Tempo. Con le inezie i contrattempi e gli incidenti come è successo ieri, per esempio. Il trenino di metà pomeriggio supera una stazioncina intermedia tra il Paese dell'Hinterland Vicentino e Vicenza - supera l'unica stazione intermedia, praticamente. Gli ultimi - boh, saranno stati cinquecento, seicento; gli ultimi metri il treno li ha percorsi raschiando, un po' sobbalzando e, in genere, comportandosi in modo bizzarro. Dalla stazione intermedia il treno riparte, raschiando sempre, e si immerge nella campagna che circonda Vicenza. Un sobbalzo, e'l raschiare aumenta di intensità e diminuisce di tono; una specie di beccheggio - particolare, nel senso di verso avanti-a destra, e ritorno - una specie di beccheggio ripetuto, come un insistere contro un ostacolo, e il treno si ferma. Nel nulla. Nel Nulla. Il Collega Faux Français R apre gli occhi - ci stavamo addormentando tutti e due, da qualche minuto - apre gli occhi e mi chiede un po' impastato dove siamo? Dove siamo? Siamo nel Nulla - siamo immersi nei campi, circondati dalle pannocchie, e i profili di alcuni, pochi edifici si intuiscono solo molto in fondo; siamo nel Nulla, siamo in una TERRA INCOGNITA e sulla carta c'è il segmento di linea nera, insicura nell'inchiostro, che rappresenta la linea ferroviaria ad un solo binario, a destra c'è scritto TERRA INCOGNITA, senza fronzoli, ed a sinistra c'è scritto HIC SUNT PANOCE, qui sono pannocchie, ed è disegnata nel bianco indettagliato una pannocchia che ghigna con gli occhi cattivi, una lancia in mano e vestita, da metà in giù, di una lunga gonnella ricavata dal suo stesso cartoccio.

Senza fronzoli: alle cinque e qualcosa avrei potuto - e voluto, e auspicato di - essere a casa, tranquillo a leggere almeno per un paio d'ore prima di cena - quel paio d'ore fatidiche, importantissime, sveglie e attive rispetto alle - di recente - obnubilate e soporifeggianti e cazzeggievoli ore serali. Invece il Tempo passa, inutile, ed io mi invelenisco come non lo faccio da anni, mi invelenisco e impreco e bestemmio, non ho nemmeno un libro da leggere perchè quello che ho in saccoccia l'ho finito la mattina, durante il viaggio d'andata, con tanto di sottolineature finali e noticine e riletture di paragrafi salienti od emozionanti; mi invelenisco e ammorbo l'aria attorno a me di negatività violenta e bile e intanto [me le racconterà il Collega Faux Français R il giorno dopo, tutte queste cose, nel Paese dell'Hinterland Vicentino, mentre seduti su una panchina si mangiava un kebab, durante la pausa pranzo, guardando i bancarellari smontare il mercato, con calma] e intanto non faccio caso agli altri passeggeri che vanno e vengono e si fermano davanti ai finestrini aperti, cambiando prospettiva sui controllori e sui tecnici che, fuori, armeggiano con rubinetti e leve, e che ogni tanto escono macchiati di olio da sotto il treno - e li sentivi parlare alle ricetrasmittenti, ai cellulari, e ad urla e imprecazioni e offese. Quasi non faccio caso agli scambi di battute tra gli stessi controllori e gli stessi tecnici, dai, ziocàn movate - O: co' calma, sa? Non mi accorgo per nulla di un bizzarrio incidente sociale [c'era un nero muscolatissimo con una maglietta rossa evidentissima e, a volte, contro i finestrini, delle pose un po' effeminate; questo nero ciondolava e guardava e tornava al suo posto e si rialzava, interessatissimo allo svilupparsi dell'azione. Ad un certo punto, si trova a passare questo nero nei pressi della stanzina dei comandi del vagone centrale - il treno è abbastanza datato - e dalla radio si sente un controllore che dice ciò, stai attento al negro con la maglietta rossa ché sta venendo verso di voi - magari è solo un curioso, però è sempre in mezzo ai coglioni. Nessuno dei suoi colleghi lo stava ad ascoltare, questo controllore, in quel momento] E poi: non ho seguito la procedura per staccare il vagone danneggiato dal resto del treno, e non ho tenuto d'occhio tutti gli spostamenti del gancio per trainare i treni; non ho guardato - quasi mai - il culo della ragazza sudamericana in pantaloni neri che si agitava compostamente tra poltrona e finestrino perchè, come in un romanzo di Dickens, il suo bambino, a casa - al di là delle pannocchie - aveva una febbre altissima e lei con sè, nella borsetta, aveva la medicina giusta e doveva portargliela, presto, ed intanto parlava velocissima al telefonino, in spagnolo, con la madre o con la suocera che, a sua volta, voleva procurare e somministrare un'altra medicina, forse sbagliata o meno efficace, o chissà.

Tra una cosa e l'altra, sono arrivato a casa alle 20:31.

***

Collega Faux Français R: certo che eri bello nervoso, ieri, eh? Si vedeva proprio-

buffa persona z: tu non te ne rendi conto, Collega Faux Français R. Altri dieci minuti su quel treno, e avrei sgozzato tutti i passeggeri e i controllori, mi sarei imbrattato di sangue e sarei fuggito, nudo, tra le pannocchie.

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domenica, settembre 25, 2005 

[22:56]

nel tentativo di aggiornarvi

e di raccontarvi cosa è successo nel frattempo

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* comprendente di

RUTILANTE E FESTOSO VIVERE

* condito da

curiosi aneddoti

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dal Vostro buffa persona z

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parte prima di, si spera, molte

Quando arrivo alla festa - è venerdì sera, ed in tempo brevissimo sono riuscito a stonfarmi di spritz, in piazza - quando arrivo alla festa sono le undici, più o meno, ed ho zigzagato fino a questo momento senza aver trovato nulla da mangiare, in giro [davanti all'unico kebabbaro che ho incrociato lungo il mio percorso c'era l'Egiziano Che Avrebbe Comprato la Mia Migliore Amica N; appoggiato ai battenti chiusi della vetrina, l'Egiziano Che Avrebbe Comprato la Mia Migliore Amica N mi ha fermato, attaccando bottone; io non frequento più il suo esercizio, da molto, la qualità essendo scaduta abbastanza:

Come stai?

Bene ma - è chiuso.

Eh sì è chiuso, settimana prossima apre fino a undici e mezza.

Sì ma fino alla settimana prossima c'è un sacco da aspettare. Io ho fame adesso.

E' uscito in quel momento dalla porta del locale Il Basista Detto Naso, Padre Fondatore della Più Vecchia Catena di Kebabbari della Città; Il Basista Detto Naso stava contanto una mazzetta di soldi. L'ho salutato - perchè comunque è stato lui, il primo a farmi un kebab, qui a Padova.

Ciao.

Ciao.

E' chiuso?

Sì.

Io ho fame, comunque.

Mi sono allontanato; attraversata la strada, ho scartato per puro caso la sagoma incombente del fuoristrada de Il Basista Detto Naso, nero come una notte senza cibo, ma con troppo spritz dentro]

Appena entrato alla festa mi dirigo verso il bar, e prima ancora che l'Altissimo Comunista C riesca ad offrirmi da bere chiedo senti, cosa avete da mangiare? Risulta che da mangiare c'è solamente il pollo al curry. Fammene uno, dico al tizio alla cassa. Mi sposto verso la ragazza che serve al banco, e mentre le chiedo il pollo l'Altissimo Comunista C mi mette in mano una birra grande - la birra grande è gelata, e funesterà la mia notte, ed intorno alle quattro e mezza, poi, contorto sopra il copriletto aprirò gli occhi e percepirò con estrema precisione una massa gelida nello stomaco, e passerò una buona mezz'ora a cercare di riaddormentarmi, ed in qualunque modo io tenterò di sistemarmi sentirò comunque la massa liquida della birra ondeggiare di conseguenza fino ad acquetarsi, dopo un po', come la superficie vetrosa di un laghetto glaciale, da qualche parte tra piloro ed alto esofago. La ragazza - ora in secondo piano, quasi sullo sfondo - armeggia attorno ad un pentolone, e mi scodella il pollo. La ragazza torna in primo piano, e mi passa un piatto - una massa brodosa giallastra ed oleosa, dalla cui superficie emergono isole di pollo e crema di ceci a loro volta giallastre ed oleose; a galleggiare sul piatto c'è un cucchiaio di plastica. Grazie!, faccio alla ragazza, e afferro piatto e bicchiere e faccio per girarmi ma la ragazza mi redarguisce, del tipo non puoi andartene ora - non ho mica finito, con te; la ragazza mi passa quindi un secondo piatto, con dentro una cospicua porzione di riso non condito. Passano cinque minuti buoni - cinque minuti di tentativi - prima che io riesca a capire come trasportare piatti e bicchiere verso tavoli senza rovesciarne i contenuti. Mi siedo su una panca, al buio ed un pò in disparte. Mangio, e mentre mangio prendo nota mentalmente: non farlo mai più, di mangiare un pollo al curry come questo, al buio, perchè nel pollo al curry - nella broda del pollo al curry - nel pollo al curry galleggiano, o stanno appena sotto la superficie, un sacco di elementi alimentari - spero - dalla consistenza particolare, e di difficile identificazione. Comunque mangio, oh, se mangio - e intanto arriva lo Smilzo Collega C - che avevo abbandonato in piazza - a lamentare della ruberìa subìta da un altro kebabbaro; bevo la mia birra, guardiamo la fine del concerto ed ascoltiamo e ballicchiamo l'inizio della performance successiva e ad'una certa, responsabile ora ci incamminiamo verso le rispettive dimore, nella notte, nella notte che come già si accennava è stata poi turbolenta e difficile e che, ore dopo, ancora avrebbe projettato la sua ombra gelida e ondeggiante sulla giornata, fino, almeno, all'aperitivo del mezzogiorno.

Almeno.

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sabato, settembre 10, 2005 

[17:31]

ferie

La Mia Ospite studia alacre per l'esame di dottorato - quando non s'addormenta sui libri, almeno - ed io riposo, seduto sul divano, e leggo Hemingway. Ciondolo per casa, spizzico una dozzina di numeri arretrati di Internazionale, tocco in giro, curioso, e leggo Hemingway. Steso sul letto, guardo il soffitto in penombra - saranno le cinque, cinque e mezza - e penso alla mia vita, alle cose da fare, ed alle persone. Torno in salotto, e leggo Hemingway. Una mattina accompagno La Mia Ospite alle terme - un vero centro termale come deve essere, con i vecchi di prima mattina e piccoli dettagli kitch ed il nulla, attorno - accompagno La Mia Ospite alle terme, prestissimo, e vengo abbandonato poi tra le colline marchigiane; passo la mattina a camminare - sembro il giovane Werther, od un qualche scolaro del sette ottocento, con le scarpette della domenica, la saccoccia dei libri a tracolla e vestimenti assolutamente inadatti all'escursione, sperso lungo strade assolate, imboscato in mezzo ai rovi, ad ascendere ed esplorare ma, in qualche modo, fuori luogo. [wanna-be scarpette della domenica, in realtà, perchè sono macchiate di impregnante, da quando ancora verniciai un assito di legno, quest'estate. E figuriamoci, se l'impregnante va via dalle scarpe] Raggiungo ad un certo punto un rifugio del CAI, attratto da un miserando cartello giallo seminascosto tra la vegetazione del ciglio della strada; mi immergo nella verzura e nelle ragnatele delle otto del mattino e ci arrivo, a questo rifugio, ed è chiuso ed incatenato - sono le regole dell'ospitalità montana, che il CAI segue puntigliosamente - è chiuso ma ha una piacevole veranda, ottima per ripararsi dalla pioggerella, e due panchine di ferro, ottime per leggere Hemingway. Leggo Hemingway, quindi, e dopo una mezz'ora scendo verso il fondovalle, dinuovo. Mi fermo sotto la tettoia dell'ingresso alle terme; qui non si può leggere Hemingway perchè c'è troppo ciarlare, ma si possono tuttavia prendere un sacco di appunti, nel quadernetto giallo, a proposito degli asciugamani portati a mo' di sciarpa di cui tutti i clienti delle terme sono muniti, quando escono dalle terme stesse, o delle baruffe in dialetto stretto cui si può assistere da qui. Mi alzo. Imbocco, sempre a piedi, la statale che porta alle grotte di Frasassi; lungo la statale non ci sono camminamenti agevoli nè marciapiedi, e passano camion e macchine velocissime. Torno un pò indietro, e mi fermo alla piazzola predisposta per le manovre degli autobus; c'è un tavolo con le panche di legno, e leggo Hemingway. Poi torno in paese, al parco, e leggo Hemingway. Quando è ora di movimentarsi verso la Frazione Dove C'è La Stazione Dei Treni, insaccoccio libro e walkman e mi incammino. Cammino, e dopo una mezz'ora realizzo d'essermi perduto tra le colline - colline scabre, di strati rocciosi in evidenza, erosi e frammentati, ed alberi che sembrano disposti con strana regolarità, da software per la ricostruzione di paesaggi in 3D; sembrano lo sfondo di un campo da golf da videogioco. La strada è sotto al sole; attraverso un ponte su un fiume che non dovrebbe esserci, e torno indietro, verso il paese. Compro una birra e due ciambelle di mosto, e scendo alla stazione dei treni - stavolta, per la strada giusta. Aspetto il treno, e leggo Hemingway. Consumo buona parte delle mie provviste.

[Perchè dormi vestito, sopra alle lenzuola?

Boh. Abitudine, temo - ormai.

]

Qualche mattina dopo, prendo un treno per Roma. Leggo Hemingway. Arrivo a Roma: c'è umidità - prima - e pioggia, poi; c'è solitudine, ed un mood strano, malinconico. Faccio il biglietto, ed alle sette di sera scendo a Padova, in stazione, dopo che, fuori dai finestroni, ha piovuto quasi tutto il pomeriggio.

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martedì, settembre 06, 2005 

[00:14]

[domenica sera, ventitré e qualcosa]

going trippin'

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: e allora, domani?

buffa persona z: e allora domani parto per le Marche. L'Italia in una regione.

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: cosa?

buffa persona z: è lo slogan delle Marche, così come lo trovi scritto sui vagoni dei treni. L'Italia in una regione.

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: nel senso... nel senso che ti vogliono dire che nelle Marche ci trovi tutti i tipi di paesaggio?

buffa persona z: qualcosa del genere, sì.

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: ma non è vero! Per esempio, nelle Marche, non ci sono gli spritz!

buffa persona z: ma gli spritz non sono un paesaggio!

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: ...

buffa persona z: no, va bene - hai ragione. Lo sono.

[la consueta settimana annuale di vagabondaggio più o meno casuale, in giro per la penisola, e di ospitalità scroccate dove capita. A presto]

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