buffa persona z

[the aim of literature is the creation of a strange object covered with fur which breaks your heart. d.b.]

martedì, maggio 31, 2005 

[17:12]

from the inside

veloci resoconti dalla Celtitudine, quasi in live-feed

parte otto: finale

Una calda mattina della pianura vicentina, alcune nuvole ed una cortina di grigio umidore preannunciano un temporale, forse, per il pomeriggio. Il Carnefice esce dal porticato dall'azienda agricola e svolta a sinistra, verso il piazzale delle macchine agricole; la parete di canne, che delimitava lo spazio messo a disposizione alla Celtitudine, è stata tolta, la Celtitudine essendosi conclusa, ieri sera. Il Carnefice sale sulla sua grossa falciatrice, e preme il bottone di avviamento; gren - gren - gren come di gola raschiata, poi in tutti i paesi dell'intorno lo sentono, il boato, mentre frammenti di Carnefice e schegge di metallo piovono sull'azienda, sulle capanne di legno che oggi verranno smontate, sulle ceneri dei nostri fuochi da fabbri.

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lunedì, maggio 30, 2005 

[17:00]

from the inside

veloci resoconti dalla Celtitudine, quasi in live-feed

parti cinque, sei e sette: il tempo nel mezzo; PERSEVERANZA è la parola dell'Epica; afterthought

Ma allora nella notte tra sabato e domenica, ancora brilli, tutti caricati nel Biano Furgone della Ditta si ascese all'Altopiano, canticchiando De André a voce bassa per non svegliare la moglie e discutendo dei problemi della fusione, e della quaestio metallurgica in genere. Mi faccio prestare il portatile per buttare giù qualche annotazione lirica sul potere magico del Fuoco ma mi addormento seduto sul letto, con la schiena contro il muro, e poco dopo crollo, sempre seduto, con la testa contro il letto stesso; posizione nefasta, intorno alle tre di notte mi sveglio che tutto il bevuto ondeggia nello stomaco ma, poi, passa. Passa tutto, certo, ma non abbastanza, e la domenica mattina è un pò irreale, senonché di buon umore; trasporto in giro per l'Altopiano oggetti di forma non accatastabile, piatti ed immensi millefoglie non sovrapponibili e vasi di fiori in oscillazione; controllo in continuazione sullo specchietto retrovisore che uno dei millefoglie non si ribalti dal pianale del bagagliaio, sarebbe un peccato e sarebbero settantacinque euro da rifondere, dando di mantice nei forni per estrazione del rame della Ditta. Torno al baito, quindi, guidando sospettoso; torno al baito e le settanta persone convitate sono più o meno tutte lì. La mia partecipazione al Settore Ristorazione della Ditta consiste nel ciondolare con i Cuochi Bizzarri, fuori, dove ci sono la piastra e le braci, e dalla piastra l'unto piove giù tra i fuochi, s'accumula in bacini endoreici, le assi che sostengono appunto i fuochi sono talmente zuppe di grasso che ci si potrebbe fare il brodo; ai cuochi, e a me, procuro birre senza soluzione di continuità; taglio e liscio luganeghe, affetto polenta, porto vassoi ricolmi di carne. Oh se non è irreale, tutto, nel caldo che c'è fuori è difficile starci, non c'è ombra ché sono le due del pomeriggio ma dentro, dentro si suonano inni terribili con accompagnamento di chitarra, ed è invivibile. Alle 16:32 io e l'Archeologo Capellone C si parte, nel Bianco Furgone della Ditta, alla volta della Celtitudine; nella Celtitudine, io e l'Archeologo Capellone C dovevamo esserci alle 16:30.

***

Quando arriviamo, la Celtitudine tutta, in realtà, è preda dello svacco, il caldo torrido impedisce qualunque attività e ritarda l'ora della nostra performance. Accendiamo il fuoco, sistemiamo degli stampi allargandone gli sfiati per l'aria, beviamo birra. In un attimo arrivano le sette e si dà di mantice, c'è la fusione e poi ce n'è una seconda e la lama stavolta esce fumante e perfetta dalle valvi di argilla, una volta slegati i legacci. Il Fabbro continua a forgiare: ha smesso di tirare lame di spada, ora lavora punte di lancia; ci sono applausi mentre l'Organizzatore Gentiluomo A, al microfono, ci presenta e magnifica il nostro operato; inchini, e la gente finalmente libera migra verso tavoli e cucine. Ma da noi il fuoco è ancora vivo, dove soffia il mantice il giallo è inguardabile, è intenso come puntare gli occhi negli occhi di una stella. E allora con l'Archeologo Capellone C si decide di tentare una nuova impresa; carichiamo di rame il crogiolo a scodella, senza borace e senz'altri orpelli, lo circondiamo e lo ricopriamo di carbone e diamo di mantice come bestie, wuffa - wuffa - wuffa. Ci vogliono dieci minuti, un quarto d'ora, mezz'ora. Wuffa - wuffa - wuffa. Sembra essere il momento giusto, aggiungiamo lo stagno e la lega quasi inizia a bollire - quasi. Si saggia il liquido giallo, ed il liquido giallo inizia a farsi crostone, oh!, tragedia - inizia a farsi crostone e poi eccolo, crostone lo è diventato come l'altra domenica, una massa tutt'uno con le pareti di ceramica del crogiolo, c'è scorno tra di noi ed Il Fabbro dall'Alto della sua Esperienza dice ah non si fa niente si è catalizzato, prende con sè The Insane Mind G e s'allontana, scettico, verso la mensa per i lavoranti. Ma di fianco a me, all'altro mantice, Magro Chimico M dice no sapete, non ha senso. Qualunque cosa: si potranno formare ossidi o azoturi, ma il rame, quello è; il suo punto di fusione è sempre lo stesso, ci mancherebbe che non si possa fondere di nuovo. E allora giù di braccia, wuffa - wuffa - wuffa e poi Wuffa - Wuffa - Wuffa, scivola in secondo piano addirittura la caccia al cinghiale da tanta è la tensione davanti alla nostra capanna di fabbri; continua a stillare il sudore, continua il movimento alternato e, quando il crostone si fa giallo, WUFFA - WUFFA - WUFFA, il movimento intensifica. Ci alterniamo ai mantici e - oh!, la parola è PERSEVERANZA e la lega ritorna liquida, bolle; si estrae il crogiolo ed in fretta ci si accuccia attorno agli stampi, pronti, si versa il liquido nelle prese mentre con un pezzo di legno si filtrano le impurità ed i pezzi di carbone, e la fusione ancora-più-tradizionale è fatta, c'è ora improvvisamente gaudio, gaudio e birra, cala improvvisamente la notte come nelle saghe nordiche ed i fabbri sono di nuovo tutti attorno al fuoco, increduli ancora un poco, e nella distanza suonano le cornamuse ed i tamburi, e gli eroi si sfidano nell'arena, e le storie vengono raccontate; nel frattempo è discesa dalle montagne Moglie Di Archeologo Capellone C, porta con sè una borsa di carne; pancetta e salsicce vengono adagiate su griglie improvvisate e l'Epica non abbandona mai i suoi degni figli, e noi si taglia la carne con il coltello fuso la settimana scorsa, il filo della lama molato giusto dieci minuti prima sulla lastra di arenaria. Ed ancora il grasso gocciola sul fuoco andando a riempire l'aria attorno e, sì, ci sentiamo un sacco fieri, Il Fabbro scaglia una forma di formaggio Vezzena dura che sarebbe da mettere in forgia, si gioca con la carne ed il formaggio e gli spiedi e la carne ed il formaggio ci sembrano buonissimi - soprattutto la carne, sembra molto più buona di oggi, pur essendo la stessa. Ci prende l'allegria, già sabato pomeriggio avevamo scoperto che le piccole radio-trasmittenti da cantiere della Ditta eran le stesse usate dall'Organizzazione della Celtitudine, tutto stava nell'incocciare nella frequenza dall'Organizzazione adoperata, non è la uno non è la due, nemmeno la tre la quattro la cinque; la frequenza sei invece risuona della voce dell'Organizzatore Gentiluomo A e dei suo sgherri, per due giorni è il subdolo piacere di ascoltare le radio della polizia, ma stasera dopo che la voce ha detto ci sono da portare altre torcie l'Archeologo Capellone C dice attenzione attenzione, al villaggio dei fabbri c'è carne e formaggio, portare numerose birre, immediatamente, come merce di scambio. Le birre - non ci si crede nemmeno noi, le birre arrivano, e sono pure grandi, l'Archeologo Capellone C ringrazia via radio grazie, per le birre tempestivamente arrivate, e si sente rispondere Archeologo Capellone C la smetta di fare il mona con la radio, la radio serve all'Organizzazione. Risate, ancora carne ancora formaggio ancora birre, uno sgherro arriva con una vassoio pesante di bicchieri e non posso fare a meno di esclamare cazzo, questa volta senza nemmeno usare la radio! E poi s'ammucchian le nostre cose nel Bianco Furgone della DItta, gli strumenti e le materie prime e gli oggetti in bronzo, il nostro bottino di clan itinerante e ce ne andiamo; salgo in macchina - ho le unghie nere, vari tagli sulle mani bisognose di cura e medicazione, un forte odore di sudore, carbone e carne, lo stomaco pieno ed una voce nelle orecchie, la voce dell'Archeologo Capellone C che dice oh, ma noi così si è fatto un bel passo in avanti.

Pacche sulla spalla, propositi di raffinamento e perfezione ed altissimi, Epici Obiettivi per il Futuro.

***

buffa persona z: comunque, secondo me, il tutto è stata un'esperienza proprio fica.

Archeologo Capellone C: già, davvero.

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domenica, maggio 29, 2005 

[10:10]

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veloci resoconti dalla Celtitudine, quasi in live-feed

parti tre e quattro: occupazione; chi si perde, suo danno

E quindi sono lì che aspetto l'Archeologo Capellone C, intorno alle quattro del pomeriggio; sono seduto per terra, con la schiena contro il ceppo di legno che fa da supporto all'arenaria per molare le lame, scrivo nel quadernetto verde-qualcosa e bevo una birra. Poi realizzo la siatuazione - la gravità della situazione. Guerrieri entrano ed escono liberamente dalla nostra capanna di fabbri, cazzeggiano sulle pelli stese di fronte alla porta, provano armi e colpi. Entrano ed escono, ed a noi - l'Archeologo Capellone C e Moglie di Archeologo Capellone C sono arrivati, intanto - a noi non ci guardano nemmeno ma intanto non possiamo fare a meno di pensare che cazzo vogliono, questi? Sembra di essere in un villaggio occupato, o costretti noi pacifici lavoratori ad acquartierare gruppi di mercenari venuti da chissà dove, a prepararsi per un'imminente guerra o invasione o difesa strenua dei confini non tracciati della nostra civiltà. Certo sono gentili, i bellatores, gentili e rispettosi, per ora; ma chi lo sa nella notte, quando l'idromele e la birra saranno scorsi a fiumi, allora, dovremo temere per l'incolumità delle nostre donne, dei nostri figli, di noi stessi, i soprusi, le violenze?

***

E poi la fusione funziona, mentre l'Organizzatore Gentiluomo A descrive le operazioni e la sua voce risuona da mille altoparlanti che penzolano dagli alberi, mentre picchiettiamo contro le due metà dello stampo per staccarle ed estrarre la forma la gente che guarda è in attesa, è sospesa e trepida, il fuoco e il metallo liquido, giallo, fanno questo effetto. Dopo cena ci si perde un attimo, noi della bottega del fabbro, ci si perde un attimo solo per ritrovarsi dieci venti minuti dopo che si ha perso di mano la situazione, la serata trascorre che siamo tutti un pò brilli e si ghigna un sacco, ci si racconta le cose e si parla di metallurgia e si sparla alle spalle dei bellatores e di tutti gli altri, decine centinaia di persona ci attaccano pezze infinite, perchè non collaboriamo? perchè non facciamo qualcosa insieme? E noi sì sì, sì ciò, ci mancherebbe, certo. La serata trascorre così, punto.

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sabato, maggio 28, 2005 

[14:22]

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parti uno e due: sul filo del rasoio; politica

In fondo è cifra e definizione della Ditta, il prendersi all'ultimo momento ed io, io chi sono per esimermi da questo? Ieri sera la copisteria abbassava le serrande mentre io sgommicchiando contromano arrivavo a fermarmi contro il marciapiede ad essa prospiciente; stamane carico la macchina delle mie poche povere celtiche cose, e mi presento sul luogo alle 08:54, sei minuti prima dell'apertura. Le serrande sono già alzate; le macchine escono roventi dalle procedure di accensione, io entro affettando trafelatezza e succede ovviamente quello che non doveva succedere: una Coppia di Fighi, presi direttamente dalla discoteca e trapiantati ancora un pò disorientati qui, in copisteria; questa Coppia insomma sta armeggiando su dei biglietti da visita mentre Slava Tipografa tenta di assecondare la loro estetica sfornando una moltitudine di prove di stampa, il seno esibito della Femmina della Coppia di Fighi dichiara che s'ha da fare in Photoshop, questo lavoro, i capelli radiali ed ingellati del Maschio della Coppia di Fighi guardano la scena, e basta. Io scalpito. Slava Tipografa mi chiede cosa devo fare, le spiego la questione, i miei tre pidieffe hanno peso spropositato, due sono aquattro da stampare fronte retro centrati, uno è un pannello cento per settanta. Slava Tipografa manda in stampa i due aquattro, per il pannello non se ne fa nulla ché son troppi denari. La Femmina della Coppia di Fighi ha finito di armeggiare con Photoshop, Slava Tipografa le dona attenzione e dice ma non sapevo si faceva così, mi spieghi? Roteo gli occhi verso l'alto, e sbuffo. La mia prova di stampa - uscita orora dalla stampante - la mia prova di stampa rotea gli occhi verso l'alto, e sbuffa. Le stecche infiocchettate del corpetto della Femmina della Coppia di Fighi - un tale dressage, oh!, da fantasie settecentesche - le stecche infiocchettate roteano gli occhi verso l'alto, e sbuffano; anche per l'eminente pressione di spinta a cui sono sottoposte, credo. Infine ho in mano i miei pieghevoli, pago ed esco di corsa dalla copisteria e salto in macchina, tolgo le doppie frecce e mi fiondo verso l'autostrada. Chiama l'Archeologo Capellone C, come va, mi fa, eh, sempre di corsa, gli rispondo. Palpo la mia saccoccia, posata sul sedile del passeggero, in cerca dei due euro per il pedaggio; afferro qualcosa di dueuriforme, me lo porto davanti agli occhi e prontamente mi cade di mano, rimbalzando sotto i sedili. Accosto giusto davanti al casello; ripesco la mia moneta - altro soldo, nella saccoccia, non ve ne sarebbe stato - e riparto. In autostrada ascolto gli Yyrkoon, tamburellando sul volante, e ripasso caoticamente le mie conoscenze di metallurgia antica, chimica dei metalli, arti dei fabbri.

Il Carnefice aveva chiesto - riuscite a fare una dimostrazione della fusione, ché ho una scolaresca molto grossa, sabato mattina? Noi gli si è risposto - no, guarda, una dimostrazione ci vuole tempo, però possiamo fare una spiega sulla metallurgia, gli facciamo vedere gli strumenti eccetera. Ah va bene - ha risposto il Carnefice, salendo poi sulla sua falciatrice ed allontanandosi all'orizzonte, frammenti di roccia e brandelli lìgnei a costellare l'intorno del suo percorso. Poi noi ci abbiamo riflettuto, l'Archeologo Capellone C e Moglie di Archeologo Capellone C devono stare su in Altopiano a preparare gli stampi per la colatura ed a fare altre cose, insomma, buffa persona z, vacci tu sabato mattina a fare la spiega metallurgica, vah. Onorato - ho detto io.

Faccio in tempo ad infilarmi in magazzino, nel Paese dell'Hinterland Vicentino, per prendere i mantici; penso i bambini andranno matti, per questi. Plano a motore spento lungo il viale d'ingresso della Celtitudine, mentre accosto raccatto in giro lo stretto necessario, attraverso i buchi delle palizzate vedo una flusso di bambini che attraversa in vaga fila-di-due il villaggio celtico, sono diretti verso la bottega dei fabbri. Saluto con un cenno la Donna dell'Organizzatore Gentiluomo A, supero il cancello grande e

e insomma Il Fabbro e The Insane Mind G sono già lì, sul fuoco bolle un crogioletto di rame ed i bambini sono già sistemati attorno alla bottega del fabbro, al di là dello steccato, e The Insane Mind G, con a tracolla un megafono da comiziante improvvisato, The Insane Mind G catalizza l'attenzione dei bambini con battute e domandine. Chiedo come mai, perchè, che succede? Insomma il Carnefice li ha visti là, ed ha promesso a bambini insegnanti e genitori che la fusione ci sarebbe stata, oh grande maraviglia, la fusione ci sarebbe stata e, ragassi, preparatevi all'incredibile. Dietro di me, le fiamme impennano improvvise, tentacolari, in tutte le direzioni.

The Insane Mind G: ommadonna che succede?

buffa persona z: niente, sono le mie palle che girano, e producono aria.

Inoltre per buffa persona z è difficile, inserirsi nella showmanshipness di The Insane Mind G, i bambini hanno già visto il bronzo bollente riempire lo stampo ed hanno già sentito The Insane Mind G comiziare - ehm, riassumere la situazione - e la loro soglia di attenzione giace quindi calpestata, agonizzante, abbandonata tra i cespugli. Viene aperto lo stampo e fatta vedere la forma ottenuta. The Insane Mind G si porta via, alla mostra, un gruppo di bambini. Restiamo io e Il Fabbro. Il Fabbro dimostra la battitura del ferro. E' impossibile, lo so, ma ci provo lo stesso: racconto a trenta quaranta bambini un pò di metallurgia, tento di coinvolgerli ed intanto mi chiedo ma dove cazzo le trovano, alle volte, certe insegnanti, mentre io parlo queste qui sberegano ai bambini che, peraltro, riuscirei a tenerli attenti da solo, e meglio, se queste marànteghe se ne stessero zitte, allora un sacco di persone che lavoravano con i fonditori dovevano pensare a produrre il carbone, e lo facevano costruendo delle carbonare [AVETE SENTITO: LE CARBONARE! COSA SONO, LE CARBONARE?] che erano dei mucchi di [ECCO ECCO, ADESSO VE LO SPIEGA COSA SONO LE CARBONARE] legname sistemato in un certo modo, come vedete alle mie spalle [HAI VISTO? HAI VISTO BEATRICE? GUARDA, GUARDA COME E' FATTA LA CARBONARA]. Adducendo al sole al caldo e a tutto quanto, una delle maestre mi fa cenno di tagliare corto, poi si profonde in scuse ché io non mi offenda, io mi sono già sgolato abbastanza così - riuscendo peraltro a farmi passare il giramento di palle - e mando tutti, dissimulando, a fanculo. Prendo accordi con Il Fabbro, chiamo l'Archeologo Capellone C e prendiamo altri accordi con Il Fabbro, poi all'Archeologo Capellone C gli racconto della sovrapposizione e l'Archeologo Capellone C manda anche lui a fanculo - senza dissimulazione, ma tanto sta al telefono con me - e minaccia vendetta, per la serata. Un tizio gigantesco, barbuto, coperto di pelli e Triskell e decorazioni di rame attorcolato si presenta come Cinghiale da Qualche-parte, dice che metterà un pò di cose nella nostra capanna da fabbri, io mi presento come The Metallian ed esco dalla Celtitudine. Prendo la macchina e vado in ufficio, nel Paese dell'Hinterland Vicentino, piego i pieghevoli e mando in stampa il pannello cento per settanta; il computer mi dice buffa persona z questo è grosso ci vuole tempo, il plotter anche mi fa buffa persona z già, vai fuori a bérti qualcosa, io esco nel riverbero del sole contro le masse di cemento ed asfalto del Paese dell'Hinterland Vicentino, vado a comprarmi alcune provviste e numerose birre; torno in ufficio che c'è alacre lavoro di testine ed ugelli, riempio il capiente lavandino di acqua fredda e vi immergo le birre, che ora provvederò a consumare con sistematicità, in preparazione alla nostra performance fusoria, dalle quattro quattr'e'emezza in su.

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mercoledì, maggio 25, 2005 

[01:58]

diario, otto punti dopo

Otto punti dopo; l'umore della settimana scorsa, l'umore della settimana scorsa oscillava violento, ma sempre sotto lo zero. L'umore della settimana scorsa, nella penombra della tua camera; lunedì, ricoglionito ancora dall'urto e dalla sorpresa, l'umore era terribile ma non ancora visibile; è stato il giorno dopo: chiamarlo pessimismo universale è forse poco, sei lì tranquillo per un tempo che sembra sempre, sei lì tranquillo ad armeggiare di pinze e fil di ferro in un bucolico prato erboso ed un proiettile di pietra ti ricorda che no: può essere un pò meno facile di così, sai; nulla è certo e tutto è vanità ed intanto para questo. Il Medico Chirurgo dell'Altopiano M taglia uno alla volta i punti, neri, li taglia e li scrolla un poco, e con le pinzette li toglie; intanto mi racconta dell'Africa, dei sette anni come chirurgo in Uganda, e non smette di ripetere che hanno fatto un buon lavoro, che a prima vista non sembrava ma invece si rimargina perfettamente, stai tranquillo. Fuori, nella sala d'attesa, i locali continueranno a domandarsi chi è, quel ragazzo con la barba incolta e la crosta sul labbro. Verifichiamo insieme, sono otto-proprio-otto. Otto punti dopo, quindi, con l'effetto degli antibiotici scema anche il pessimismo, io riprendo a parlare ed a interagire liberamente. E posso ghignare di nuovo. Otto punti dopo, cammino veloce sotto la pioggia verso casa dell'Archeologo Capellone C, salgo le scale e trovo il paron a desolare - sì, a desolare - lo trovo a desolare un innocente con racconti di lavoro che scarseggia, soldi che non arrivano e desolanti panorami politici. Moglie di Archeologo Capellone C mi chiede di tracciarle la scaletta dell'escursione ai graffiti della Valdassa; io inizio blando e sinoptico ma per ripescare nozioni devo collegare ed inferire, e succede che prepotente la Geografia torna ad occupare lo spazio che le è dovuto nella parte cosciente del mio testone; la Geografia, ed un gioco grumoso di strati sovrapposti, fusi tra loro in un tutto completo e complesso. Non c'è nulla da fare, è cospicua parte di te e le altre parti non potranno mai, oscurarla. Otto punti dopo ma un piccolo cerotto sulla ferita, oggi, perchè devo vedere di non prenderci troppo sole, sennò ti resta la macchia più chiara. Il cantiere non è più un cantiere, dopo le tre: il cantiere è una massa accecata di sole, l'Archeologo Capellone C guida il posizionamento del prisma ed io eseguo, due centimetri alla mia destra; ancora - va bene; ora, dodici verso di me. Pianto picchetti sotto forma di tondini di ferro, un mese fa - o forse più - un mese fa piantavamo tondini nei primi due settori dello scavo; piantavamo tondini e poi per un mese o forse più le ragazze hanno scavato scazzuolato spennellato attorno ai nostri picchetti tentando di preservarne la posizione, intorno al picchetto meno due, quattro hanno scavato e scazzuolato e spennellato per trenta centimetri di spessore ed è venuto fuori un morticino, un morticino e scava, scazzuola e spennella scopro oggi che il nostro inamovibile picchetto era stato confitto giusto nella testa del femore sinistro di questo morticino, pora bestia.

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martedì, maggio 24, 2005 

[02:12]

il primo weekend

Fabbro. Prendi questa barra di metallo e trasformala in una spada. Che il nostro campione possa essere guidato da essa. Nelle battaglie. Io e l'Archeologo Capellone C è un caso che non gli ridiamo in faccia, al druido, per la convinzione ed il fanatismo espressi. Il Fabbro fa un pò di scena, valuta il filo della barra di ferro e annuisce, viene verso di noi ed infila ad arte la barra nelle braci; noi, dietro, si dà di mantice, wuffa - wuffa - wuffa. Il Fabbro lascia passare qualche secondo, e sfila dal carbone una seconda barra, già arroventata; la poggia sull'incudine e comincia a martellare. Il druido guarda pensoso il martellare, mentre Il Fabbro ritira il braccio già scende il martello di Figlio Del Fabbro, in un alternare ipnotico. Wuffa - wuffa - wuffa. Barra nelle braci, fino all'incandescenza. Martellare duettante. Wuffa - wuffa - wuffa. Una ventina di minuti prima, io e Moglie di Archeologo Capellone C siamo al chiosco delle birre, aspettiamo l'Archeologo Capellone C ed i bigliettini per la birra scontata. Moglie di Archeologo Capellone C non ha un cazzo di voglia, tutta la settimana di disegnare stampi provare stampi perdere stampi nel calore incontrollato delle braci l'hanno stremata. Io non ho un cazzo di voglia, tutta la settimana a gestire l'apertura delle fauci per eccessivo gonfiore labiale, e la conseguente secchezza del cavo orale.

Moglie di Archeologo Capellone C: io non ho voglia di stare qui.

buffa persona z: nemmeno io.

Moglie di Archeologo Capellone C [sbuffa]: uff.

buffa persona z: secondo me, la soluzione è una sola.

Moglie di Archeologo Capellone C: quale?

buffa persona z: mettiamo a ferro e fuoco il villaggio. Siamo i fabbri, no? Abbiamo il dono del fuoco? Mettiamo a ferro e fuoco il villaggio. Violentiamo chiunque. Carichiamo eventuale bottino nel Bianco Furgone della Ditta. L'Archeologo Capellone C sta in Altopiano: chiama gli spargisale, e qui non crescerà più nemmeno un filo d'erba. BWAH-AH-AH!

Una bambina, che passava vicino, dèvia strada al sentire la mia risata, e s'allontana il più possibile con espressione impaurita. L'umore man mano migliora; il mio, tantissimo. La lama è pronta nella sua simmetria. Viene rimessa tra le braci. Wuffa - wuffa - wuffa. Colpi contro lo spigolo dell'incudine, e l'acciaio in eccedenza cade a terra, disgiunto. Si procede a lavorare l'innesto, a colpi ancora di martello alternato. Guardo - wuffa - wuffa - wuffa - guardo con la coda dell'occhio Il Fabbro, muscoli possenti ed un pò bizzarri tra braccia e spalle, ogni colpo vibrato sull'incudine è micidiale, preciso, perfetto; l'eco del grande prato riporta il martellare fuori fase ma Il Fabbro non si distrae e continua ad alternare colpi perfetti col Figlio Del Fabbro, chili di metallo vengono compressi in un sottile segmento a sezione quadrata, io nutro ammirazione e venerazione per Il Fabbro e tocca a noi, ora: wuffa - wuffa - wuffa, il crogiolo in pochi minuti diventa rosso; il rame quando è il suo momento fonde, si aggiunge lo stagno, un pizzico di borace - magica polverina bianca dei Fabbri - un pizzico di borace a propellere la temperatura ed ecco, il bronzo liquido, nella suspance - wuffa... wuffa... - il bronzo liquido viene versato nello stampo, lo stampo liberato dai legacci ed aperto; l'impugnatura è pronta. Una terza spada, già immanicata, viene consegnata al druido, la sua espressione è solenne ma in realtà tradisce maraviglia e stupore perchè Il Fabbro ha le palle e la spada è bellissima. Il campione dei celti la impugna, la alza al cielo, applausi ed urla di trionfo del popolo del Triskell. Ninfette e driadi danzano al suono delle cornamuse e dei tamburi nel prato di fronte alla nostra bottega di fabbri, guardo la ninfetta vestita di bianco con i fioretti tra i capelli e do stanchi colpi di mantice, wuf-fa, wuf-fa. Suonano distanti i corni della morte, cacofonici strumenti d'ottone, mentre lontano i celti si azzuffano brandendo lame e la voce del druido risuona un pò ovunque, narrando gesta. Il Grasso Carnefice guarda il mio labbro ricucito e mi dice però, sei proprio brutto, che è il suo modo per chiedermi scusa. L'Organizzatore Gentiluomo A ci fa girare le palle, ma d'altronde siamo noi probabilmente a non apprezzarne la formazione gentilesca, la pedissequa rispettanza dei modi e delle dolcezze propugnate dal Della Casa conciossiacosachè, in effetti, possibile.

Il giorno dopo gli dei ci sono propizi, almeno all'inizio. Gli dei ci sono propizi, preciso come un meccanismo oliato l'Organizzatore Gentiluomo A dirotta la massa del pubblico pagante sei euro per una giornata, il pubblico flue attorno alla nostra bottega ed intorno al recinto si dispone, wuffa - wuffa - wuffa l'Archeologo Capellone C tiene lezione mentre Il Fabbro predispone le sue cose, il crogiolo già rovente s'empie di metallo fuso mentre il martellare ipnotico ed alterno riprende, e riprendono anche la mia ammirazione e la mia venerazione; quando la lama è pronta il bronzo - wuffa - wuffa - wuffa - il bronzo è lì che bolle che sembra acqua, dice Il Fabbro, e con aggiunte progressive di metallo e costante wuffa - wuffa - wuffa riusciamo a produrre un coltello meraviglioso, l'impugnatura di una spada e l'ometto che diverrà purtoppo acefalo al momento di separarlo dal suo stampo refrattario. Applausi, soprattutto al mostrare la spada. Grande contentezza in tra le linee dei fabbri e dei fonditori, gioia somma per la riuscita dell'esperimento, pacche sulle spalle e valutazione numerica del pubblico presente. Ho raggiunto le centomila calorie prodotte, a forza di mantice, e teorizzo una forma di meditazione legata all'operarlo, il corpo che diventa un tutt'uno col mantice ed il mantice che diventa, viceversa, un tutt'uno col corpo. Wuffa - wuffa - wuffa. Durante la pausa un piccolo cinghiale fugge dal recinto dei piccoli cinghiali. In pochi se ne accorgono, ma alcuni prodi si lanciano nella caccia, si tenta di accerchiarlo di stringerlo di bloccarlo, ma il piccolo cinghiale zampetta da tutte le parti, si ferma e cambia direzione velocissimo; alla fine è Il Fabbro a placcarlo ed a riconsegnarlo al recinto, urlante, portandolo in braccio, è Il Fabbro a catturarlo e la mia ammirazione, la mia venerazione crescono. Gli dei però proteggono il piccolo cinghiale, probabilmente, e l'aver negato la libertà ad un piccolo cinghiale ci nega il favore degli altissimi ed oh!, nella serata tutto va storto, wuffa - wuffa - wuffa la temperatura del rame si assesta sulla soglia e non c'è verso di spingerla quel poco oltre: la prima massa di metallo si agglomera attorno al bastone di ferro, la seconda si solidifica completamente nel crogiolo; Il Fabbro sostituisce wuffa - wuffa - wuffa sostituisce il crogiolo mentre noi si alimenta il fuoco a più non posso, WUFFA - WUFFA - WUFFA, Il Fabbro sostiruisce il crogiolo ed il crogiolo esplode, povero piccolo crogiolo un pò ti prende al cuore, il vederlo lì riverso su un fianco, la parete sbreccata. Mettiamo in opera il crogiolo più grande, lo carichiamo di rame ed aspettiamo e soffiamo, wuffa - wuffa - wuffa, soffiamo e poi nel buio rinunciamo, anche, beviamo un giro di birre ed apriamo una bottiglia di moscato e discutiamo degli errori, supponiamo ed ipotizziamo e progettiamo per le performance del prossimo fine settimana, ed intanto trovo un momento per discutere con Il Fabbro delle Cose della Vita come, che ne so, i tondini di acciaio temperabile in acqua, a sezione quadrata. E, nella notte, portiamo al sicuro, nel Bianco Furgone della Ditta, tutte le nostre cose; il mantice, soprattutto, il mantice, ed il suo ugello in foggia di drago, ancora caldo.

[Comunque, secondo me, vestito da celta ci stavo anche bene]

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domenica, maggio 22, 2005 

[15:02]

[v2.0]

Saranno gli antibiotici, forse, ad aggredire il mio umore, a mortificarlo, ma sicuramente essi altro che non fanno che impostarsi su una situazione di fondo che, di questi tempi, è un pò quello che è, la mattina mi sveglio, e per certo so che l'Armageddon sta arrivando. Oh sì: i segni ci sono e sono molti, e cospicui nell'espressione. Il primo, il primo segno è la pioggia di pietre, e non è nemmeno una rassicurante caduta, un movimento prevedibile dall'alto verso il basso, no: le pietre vagano nell'aere come projetti velocissimi, tu sei lì che ti fai i cazzi tuoi ed i projetti tracciano intersezioni attorno, mirando alle parti deboli dell'organismo umano, quelle a cui sei più affezionato. Poi. Il lavoro viene dato a persone che mai ci si era stancati di coprir di deiezione, di merda, ed il fatto che appunto vengano accolte nella filiera dell'archeologia non puoi fare a meno di sentirlo come un piccolo tradimento, cazzo, sei ti servivano braccia, o Archeologo Capellone C, se ti servivano braccia non avevi che da chiedere, potevo essere io, il tuo lenone di operatori di cazzuola e invece, oh!, deprimenza, e invece il rischio è - come minimo - il rischio è che la prima mezz'ora di chiacchiere della giornata, in treno - la prima mezz'ora di chiacchiere della giornata, importantissima, dà il passo all'umore successivo - questa prima mezz'ora eccetera potrà, da piacevole che, spesso, era, potrà diventare che-mi-girano-le-palle. Oh, ed altre nuove, magnifiche e mirifiche situazioni ricorsive si ripresentano per l'estate, buffa persona z, in fondo, in fondo - beh, pensaci. I segni, i segni sono già tra noi. Quando stai ancora aspettando lo stipendio di gennaio - e, in accordo, quelli che aleggiano eterei tra gennaio ed il corrente mese - ed intanto il bancomat ti dice buffa persona z no, per questo mese non si preleva altro, intanto tutto quello che potevi prelevare l'hai prelevato per comprare degli oggetti e degli strumenti per fare delle cose per le quali però non riesci a procurarti le materie prime perchè, semplicemente, qui non si può. Leggi stralci della rivelazione letteraria dell'anno, nelle percolazioni dell'autore nel testo occhieggiano i punti esclamativi, occhieggiano tanti punti esclamativi, Elmore Leonard prevede di rivoltarsi nella tomba ed intanto ripete come un mantra la quinta regola, due o tre ogni centomila parole, due o tre ogni centomila parole; due o tre, ogni centomila parole. I Segni. Quando di comune sentire arrivi a dire che quella di ieri è stata la scolaresca più maleducata, indisciplinata e - diciamocelo - stronza che abbiate mai incontrato in un anno - tu - o in cinque anni - i tuoi datori di lavoro - di attività. Nella notte, veicoli di fogge infernali ed incongrue occupano due delle tre corsie, dal bitume appena lisciato salgono ancora i vapori che offuscano le lampade puntiformi, bianche di masse meccaniche di nastri trasportatori, cingoli e tubi, come quella volta, di notte, il motore esausto, e gli operai in tuta arancione - stavolta; la volta scorsa era luglio, gli operai erano a torso nudo - gli operai in divisa arancione fumano sigarette nel buio. Sempre, nella notte, non importa dopo quanto tempo, se dopo dieci minuti o dopo dieci ore di autostrada, sempre, dopo la concentrazione un pò assente, gli occhi sulle strisce bianche e sui fari delle macchine e le occhiate veloci agli specchietti, sempre sempre sempre ti ritrovi ad alzare lo sguardo nello stesso punto, in prossimità di quella fabbrica di che-ne-so isolanti, sempre lì, tra Grisignano e Padova Ovest, ed un pò strano lo fa. Dopo dieci ore, tra scolaresche e lavori di ricostruzione archeologica, alle otto passate, forse alle nove, stanco sfinito e di umore indefinito scendi lentamente, in macchina, verso il paese, e la strada è ingombra dei cattolici che fervono in atti di culto al capitello che sta giusto sotto al percorso archeodidattico, tu lento e sotto sguardi di riprovazione sfili verso casa ma dieci minuti più tardi devi tornare, vi siete portati le chiavi del baito con voi, per sbaglio, dopo dieci minuti torni per la Strada Sperduta tra la Patate, torni di soppiatto e - POUFF! - i cattolici non ci sono più. In torno a te la gente perde il senso della realtà, e questo fa perdere il senso - i sensi - ad un sacco di altre cose. I crogioli esplodono nel fuoco, projettando anche loro piccoli frammenti all'intorno. I mattoni refrattari non refrattano, piccole crepe mentre il bronzo riempie lo stampo, piccole crepe lungo il bordo ad insinuarsi verso l'interno. Oh, sì, l'Armageddon è prossimo, presto impugneremo coltelli spuntati e bastoni confitti di chiodi in cima, e scenderemo nelle strade e nelle piazze urlando, ci riverseremo minacciosi verso i tiranni che ci tiranneggiano, verso i tiranni che ci tiranneggiano non solo fisicamente ma anche, soprattutto, psicologicamente, e porremo fine alla schiavitù, alle schiavitù - oh, se vi porremo fine! - ed intanto per le strade e per le piazze urleremo mangia il ricco, Mangia Il Ricco!, MANGIA IL RICCO!

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sabato, maggio 21, 2005 

[14:35]

Saranno gli antibiotici, forse, ad aggredire il mio umore, a mortificarlo, ma sicuramente essi altro che non fanno che impostarsi su una situazione di fondo che, di questi tempi, è quello che è, per uno che la mattina si sveglia è sa che l'Armageddon sta arrivando. Oh sì: i segni ci sono e sono tanti, e cospicui nell'espressione. Il primo, il primo segno è la pioggia di pietre, e non è nemmeno una rassicurante caduta, un movimento prevedibile dall'alto verso il basso, no: le pietre vagano nell'aere come projetti velocissimi, tu sei lì che ti fai i cazzi tuoi ed i projetti tracciano intersezioni attorno, mirando alle parti deboli dell'organismo umano, quelle a cui sei più affezionato. Poi. Il lavoro viene dato a persone che mai ci si era stancati di coprir di deiezione, di merda, ed il fatto che appunto vengano accolte nella filiera dell'archeologia non puoi fare a meno di sentirlo come un tradimento, cazzo, sei ti servivano braccia, o Archeologo Capellone C, se ti servivano braccia non avevi che da chiedere, potevo essere io, il tuo lenone di operatori di cazzuola e invece, oh!, deprimenza, e invece il rischio è - come minimo - il rischio è che la prima mezz'ora di chiacchiere della giornata, in treno - la prima mezz'ora di chiacchiere della giornata, importantissima, dà il passo all'umore successivo - questa prima mezz'ora eccetera potrà, da piacevole che, spesso, era, potrà diventare che-mi-girano-le-palle. Oh, ed altre nuove, magnifiche e mirifiche situazioni ricorsive si ripresentano per l'estate, buffa persona z, in fondo, in fondo - beh, pensaci. I segni, i segni sono già tra noi. Quando di comune sentire arrivi a dire che quella di ieri è stata la scolaresca più maleducata, indisciplinata e - diciamocelo - stronza che abbiate mai incontrato in un anno - tu - o in cinque anni - i tuoi datori di lavoro - di attività. Nella notte, veicoli di fogge infernali ed incongrue occupano due delle tre corsie, dal bitume appena lisciato salgono ancora i vapori che offuscano le lampade puntiformi, bianche di masse meccaniche di nastri trasportatori, cingoli e tubi, come quella volta, di notte, il motore esausto, e gli operai in tuta arancione - stavolta; la volta scorsa era luglio, gli operai erano a torso nudo - gli operai in divisa arancione fumano sigarette nel buio. Dopo dieci ore, tra scolaresche e lavori di ricostruzione archeologica, alle otto passate, forse alle nove, stanco sfinito e di umore indefinito scendi lentamente, in macchina, verso il paese, e la strada è ingombra dei cattolici che fervono in atti di culto al capitello che sta giusto sotto al percorso archeodidattico, tu lento e sotto sguardi di riprovazione sfili verso casa ma dieci minuti più tardi devi tornare, vi siete portati le chiavi del baito con voi, per sbaglio, dopo dieci minuti torni per la Strada Sperduta tra la Patate, torni di soppiatto e - POUFF! - i cattolici non ci sono più. In torno a te la gente perde il senso della realtà, e questo fa perdere il senso - i sensi - ad un sacco di altre cose. I crogioli esplodono nel fuoco, projettando anche loro piccoli frammenti all'intorno. Oh, sì, l'Armageddon è prossimo, presto impugneremo coltelli spuntati e bastoni confitti di chiodi in cima, e scenderemo nelle strade e nelle piazze urlando, ci riverseremo minacciosi verso i tiranni che ci tiranneggiano, verso i tiranni che ci tiranneggiano non solo fisicamente ma anche, soprattutto, psicologicamente, e porremo fine alla schiavitù, alle schiavitù - oh, se vi porremo fine! - ed intanto per le strade e per le piazze urleremo mangia il ricco, Mangia Il Ricco!, MANGIA IL RICCO!

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giovedì, maggio 19, 2005 

[00:36]

Fattostà che oggi c'era il concorso di scrittura, e questi qui per quindici ore e poco più ci avrebbero tenuti in uno stanzone fico del caffè Pedrocchi, a scrivere racconti gialli e noir appoggiati a tracce che si sono rivelate semplici, lapidarie parole. Io già mi immaginavo questa situazione a La lunga marcia di Stephen King, non lo so, tipo che appena ti vedono con le dita lontane dalla tastiera ti ammoniscono, e dopo tre ammonizioni ti sparano, lì, direttamente dove sei. Invece, entro nella sala Puccini del sunnominato caffè Pedrocchi, e c'è questo tavolone lunghissimo al centro della stanza, con sopra venticinque Mac di quelli fichi - solo il monitor e la tastiera, per intenderci - e, intorno, gli altri ventiquattro concorrenti. Atmosfera pacata. Il tizio de L'espresso ci spiega cosa fare, ci dà tracce ed avvertenze, e si parte. Ora: solo qualche notazione, dato che me ne sono andato di lì alle 21:35, dopo undici ore di sufficiente stress mentale. E via con le notazioni, allora! Per mezzogiorno avevo scritto sette pagine, tutto sommato corrette. Siccome alcuni cavi d'alimentazione non arrivavano ai computer, alcune ciabatte dovevano stare sopra al tavolo; epperò, eran poggiate su vassoi d'argento - è il caffé Pedrocchi mica per nulla, ragassi. A mezzogiorno arrivano tramezzini, pasta al pesto, e bottiglie. Merendino, e tornare a scrivere. Gli angeli della sala Rossini mi guardano fraterni, di tra gli stucchi del soffitto della sala. Gli angeli, e quelle cazzo di arpi, lire o cetre deformi che tengono in mano. Alle due e rotti ho una crisi creativa, non so come proseguire nella mia trama e - boh: mi sfugge qualcosa. Fondamentalmente, a me i noir e i gialli mi stanno anche sulle palle e, inoltre, non si può ascoltare musica, ed io che mi ero preparato alla bisogna un bel cd degli Ac/Dc, i cui testi fanno così tanto noir da bettola. L'occhio lampeggiante del Macintosh mi guarda dalla cornice glauca del case, ogni volta che parte l'energy saving. Vado in bagno a pisciare, ciondolo un pò per le terrazze. Fuori diluvia. Torno a sedermi e scrivo tutto un capitolo meta-letterario, meta-giallo-narrativo-e-qualcos'altro. Lo rileggo, e tutto sommato funziona, e mi dà spunto per una parte da sviluppare più avanti. Il pomeriggio procede tranquillo, per le sei ho scritto ventiquattro capitoli, e mi manca solo la conclusione. Oddìo, capitoli; il più corto consta di quattro battute di dialogo, il più lungo più o meno di una pagina e mezza di roba fitta fitta. Tra le sei e mezza e le otto rileggo tutto tre volte per le correzioni importanti, le ridondanze e tutto il resto. Ha senso. Qualcuno si è già alzato, ed è andato via. Scrivo l'ultimo capitolo. C'è la cena. Tutti ci si alza, e si va nella saletta a pasteggiare. Resto in disparte, vittima della sindrome del Fantasma dell'Opera: così tanto da dire, così tanto da amare, ma sfregiato in volto, inguardabile in viso. Oh!, no, non guardatemi mentre mangio, no - ma, ma: ci sono anche le crespelle! LE CRESPELLE! BWAH-AH-AH! Mi riempio di crostini, salsa agli asparagi e salsa alle cipolle, mi faccio versare il settimo bicchiere di bianco della giornata, e torno al computer. Rileggo tutto un'ultima volta, chiamo il tipo, lui masterizza e mette in busta chiusa; io mi copio il racconto nella flash pen, e me ne vo.

Boh? No dai, bello. In effetti, la situazione "zero stimoli" - tu, carta, penna e nulla più - funziona. Il mio racconto? Ovviamente sta un pò prossimo al margine esterno del noir; ci sono personaggi improbabili, dialoghi che non centrano un cazzo, ed un paio di scene che ghignavo da solo, a rileggerle, e mi tiravano terribilmente i punti al labbro. Alla quarta lettura, ero abbastanza soddisfatto. Come prova di scrittura, almeno.

Per documentazione, allego la prova di ammissione [un breve componimento in cui si descrive il proprio rapporto con la scrittura] che ho spedito, a suo tempo. O, io ero convinto che chiedessero mille parole, e tante ne avevo scritte. Non vi dico lo scorno, a doverle ridurre a mille battute.

[

Il mio rapporto con la scrittura, in tre raffigurazioni:

* I Grandi Maestri, nel dominio delle belle lettere, sono icone di pregio: sguardi penetranti, avvezzi alla dissezione, ma tuttavia sottofondati di orizzonti sfuggenti, incomprensione, o semplice follia. I giovani, potenziali colleghi offrono invece generoso materiale di motteggio e derisione, e sono stalkerizzabili con soddisfazione;

**

Ciao!

... ciao?

Sei qui sola?

Già.

Posso sedermi un po’ con te?

Eh. Non è-

Sai, cominciavo ad avere bisogno di una pausa.

Che facevi?

No, niente [affettando timidezza]. Scrivevo.

Ah [vago interesse; vago, comunque]

Già [affettando ulteriore timidezza, e sprezzatura] Lo faccio spesso.

Senti.

Dimmi?

Perchè stai affettando timidezza?

***

Soprattutto: è notte, sei solo e non sai come passare il tempo, l'insonnia non ti molla oppure tu non molli lei; d’un rifugio si ha tanto bisogno, e mettersi lì a sbozzare periodi, a scimmiottare le icone di pregio, a giocare con le parole, beh – un rifugio lo è, ed è pure ottimo.

]

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martedì, maggio 17, 2005 

[17:29]

rif. ferita acc.le con un sasso alle 12:40

Mi sa che ti resterà una cicatrice; qua ti ha portato via un pezzetto di carne, sai? Dico vabbé, mi pare il minimo, e gli chiedo quando ci vorrà perchè se ne vada, il gonfiore. Mah, qualche giorno, una settimana.

L'ago entra da sinistra, ed è subito una sensazione di indondazione, e riempimento. Due colpi di cotone, e mi si riempie la bocca del sapore amaro dell'anestetico, a mischiarsi col ferrico e dolciastro del sangue. Il dottore mi prende il labbro tra le dita, lo gira, e svuota quello che rimane del contenuto della siringa, all'interno; questo da molto più fastidio, mi si riempiono gli occhi di lacrime tra l'armeggio dell'ago, il sudore, la luce della lampada - sopra - e la tensione, mia. Il dottore mi chiede di spostare la testa un pò più verso il bordo del lettino, e si siede. L'infermiera mi mette un pezzo di tessuto verde sulla faccia, della quale credo spunti ora solamente la zona malandata. Nel buio, inizio a sentire - per quanto possibile, attorno al labbro già insensibile - inizio a sentire la suturazione in corso, ogni tanto qualche strappo come quando stringi dei nodi, ma nulla più. Conto quattro, cinque punti. Forse sei. Disinfettante, cotone. Il dottore chiede all'infermiera di tenermi il labbro girato, adesso.

[vieni dentro qua che ti preparo. Ecco, siediti. Togli pure, questo, che lo buttiamo via. [pausa] Eh beh, sì, ti ci mettono qualche punto. Però [prende un rasoio usa e getta, da un armadietto] ti devo tagliare un pò i baffi. Ma cazzo. Una volta mi faccio male la testa, e tocca tagliare i capelli. Stavolta, mi faccio male qui, e tocca tagliare i baffi. Non è giusto! Farsi male alle braccia, la prossima volta [occhiolino]. A posto, tieni questo su, fra poco ti chiama il dottore]

L'ago all'interno del labbro lo sento fin troppo bene, però. Mugugno il mio dissenso. Lo so lo so, fa il dottore, ma dentro si sente sempre, purtroppo - porta pazienza. Mi rassegno. Un punto. In accettazione l'infermiere, sul verbale di pronto soccorso, ha scritto: valutazione sofferenza 4a. L'infermiera è in difficoltà, tra il tenermi il labbro girato ed il pulire dove il dottore sutura. Passi, qualche metro più in là. Scusi, dottore, venga un minuto qua - ecco: se un attimo, finchè io tengo girato... Un punto. Sopra di me, fuori dal tessuto verde, il nuovo arrivato racconta. Dottore lo sa che ieri siamo andati a vedere le emorragie cerebrali? Eh lo so sì, potevate chiamarmi. Ma era scritto fuori, che c'era la conferenza. Sì, ma mica potevo venire così, da solo; interessante, comunque? Un punto, oppure un arzigogolo di chiusura. Cotone, cotone. Cerotto. Ecco fatto. Tolto l'asciugamano verde, spenta la luce. Respiro, ché mentre s'affannavano in tre, intorno, qualcuno per sbaglio mi stava appoggiato sulla narice. Chiedo se posso alzarmi, sì ma stai un attimo seduto, prima. Mi metto a sedere, con le gambe penzoloni dal lettino. Un'infermiera mi porta del ghiaccio.

[Sono lì che sto legando tra di loro due rami, con un giro di fil di ferro; ho appena tagliato la lunghezza di filo che basta, e ne sto afferrando i due lembi con la pinza. A far che? No, niente, stiamo ricostruendo un forno preistorico per la lavorazione del rame, c'è questo festival celtico che- Sì, è tutto uno spiazzo di prato, ci fanno le casette di legno, col tizio che fa il fabbro, il recinto degli animali  e tutto il resto. Comunque, siccome l'organizzatore doveva ancora dirci della cose, tipo dove potevamo mettere il forno perchè poi la gente non desse problemi, nel frattempo ci siamo detti "ma perchè non facciamo anche una carbonaia finta, che fa scena?" E allora, sono lì concentrato che ho appeno preso i due lembi del fil di ferro con la pinza e li sto torcendo per serrare il groppo. E mi arriva questo cazzotto in faccia, violentissimo. Io rinculo indietro di un paio di metri, girandomi vedo per un attimo la Moglie di Archeologo Capellone C che mi guarda con un punto di domanda, poi ho gli occhi chiusi e stretti, mi porto le mani alla bocca e apro gli occhi e ho le dita e le palme davanti agli occhi, e sono macchiate di sangue, di un sangue rosso vivido. Sputo per terra, mi premo di nuovo il labbro. Riguardo le dita, ancora più coperte di sangue. Tiro un bestemmia, una sola, ed assumo il portamento dell'eroe tragico, tragico e silente. L'Archeologo Capellone C, accorso, mi passa una bottiglia d'acqua; mi riempio la bocca, per sciacquarla. L'Archeologo Capellone C dice che cazzo è successo, Moglie di Archeologo Capellone C dice gli è arrivato un sasso sui denti cazzo, fanno fermare il tipo che ancora trottola in giro sulla sua cazzo di falciatrice, hai presente quelle falciatrici che ci stai seduto sopra, tipo piccoli trattori? Io continuo a bere, sciacquare e sputare acqua, saliva e sangue. Mi volto, e con cautela - con molta cautela - verifico la solidità dei denti, sotto. Il tizio della falciatrice arriva, mi guarda che sono lì che sputo sangue e dice - oltre ad alcune bestemmie - dice neanche a farlo apposta, io mi riprendo e si decide che il pronto soccorso più vicino è quello di Thiene, si sale in furgone e via. Sulla stradicciuola di ghiaino, vicino al nostro futuro forno, c'è il sasso grande come una pallina da ping pong che le lame della falciatrice hanno preso su, e m'hanno scagliato contro. Un proiettile, ve l'assicuro.]

Scendo dal Bianco Furgone della Ditta, davanti casa; saluto l'Archeologo Capellone C e resto lì un'attimo, con le spalle molli, la borsa a tracolla, tenuta per la cinghia, che tocca per terra, e nell'altra mano il verbale del pronto soccorso e la ricetta per gli antibiotici.

***

buffa persona z: e comunque dai, a parte che stamattina è ancora gonfio e mi sono svegliato con la bocca impastata, almeno non mi fa male.

Archeologo Capellone C: ma senti, la mamma ti lascia ancora venire a giocare con la terra con me?

buffa persona z [trattenendo uno sghignazzo]: taci, dio buono! Non hai idea di quanto tirano i punti, quando rido!

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lunedì, maggio 16, 2005 

[00:33]

mean streets, e dopo

Alle 05:35 ti tiri su, metti a fuoco il ronzìo della ventola del computer, e realizzi che ancora una volta ti sei addormentato vestito. Ti alzi, un pò ondeggiante; noti nell'offuscamento della miopìa che Emule è pieno di barrette verdi; spegni tutto, e ti ributti a letto. Venti minuti dopo hai la nuca contro la testiera del letto, e ti stai godendo una domenica mattina di letture e rivoltolìi tra le lenzuola; inizi tutti i libri che riesci ad iniziare, ogni tanto ti stiracchi, e nulla più.

Esco alle undici e mezza, più o meno, e pedalo verso casa del Compagno di Sbronze A. Strada facendo mi dico che posso portargli anche un pò di conforto, al Compagno di Sbronze A, oltre alle pagine web che mi ha chiesto; in fondo, la pasticceria sta proprio lì, a metà strada. Sbuco in via Belzoni, schivo un vigile ma, nel rendermi conto che lo sto schivando, guardo oltre il vigile stesso. C'è una Punto grigia surrealmente ribaltata, in mezzo alla strada. Appoggio la bici ad una colonna, ed entro in pasticceria. Ah che bén, è rimasta una pasta-sacher, tipologia prediletta dal Compagno di Sbronze A. Aspetto il mio turno paziente ogni tanto flettendomi sulle punte dei piedi, metti mai che mi fregano quell'unica pasta-sacher, mi dispiacerebbe. Dietro di me, un individuo in camicia hawaiana a fioroni azzurri e pantaloni coordinati, oltre a rubarmi il posto ordinando due macchiatoni, inizia ad esporre alla pasticceria tutta le sue deduzioni sull'incidente, perchè lui ha parlato col dottor Favaretto ed il dottor Favaretto ha detto che secondo lui la Uno bianca ha aperto la portella, il tipo della Punto grigia che veniva su forse gli ha preso un colpo di panico, ed ha sterzato, e si è cappottato. Boh, penso io. Il mio turno. Pasta-sacher, sopravvissuta alle spoliazioni del banco, e pasta alle mandorle. Pago, esco, ed in un momento di voyeurismo torno indietro, a guardare la scena. Ipotizzo l'andamento del fatto, ma la posizione della macchina cappottata svia qualunque ragionamento di ricostruzione. Imbocco di nuovo via Portello, attraverso la porta, salgo e discendo il ponte, faccio il breve tratto di strada che-non-so-come-si-chiama - quanto: trenta metri? quaranta? - attraverso via Venezia infilandomi tra due macchine in coda che in coda, scopro, lo sono perchè poco più avanti c'è un altro incidente, stavolta c'è ancora l'ambulanza, il manto stradale è cosparso di frammenti plastici ed i paramedici si affannano attorno ad un corpo, steso a terra. Passo oltre, ed arrivo tre minuti dopo a casa del Compagno di Sbronze A.

Che è lì che butta giù questo articolo - le robe sue, la resistenza degli infestanti eccetera. Ascolta blues, stamattina, il Compagno di Sbronze A; siediti sul divano, se ti vuoi sedere; non vorrei che mi rovinassi l'ecosistema. L'ecosistema sono i faldoni aperti, i vocabolari aperti, i quaderni di appunti aperti, pile di foglie graffettati, sottolineati, evidenziati, la tazzona gialla del caffè. Il Compagno di Sbronze A mette su la moca, e cambia disco; musica spagnola di metà novecento, adesso, ed usciamo a chiacchierare in poggiolo. Le persiane degli appartamenti delle prostitute, davanti, sono ancora abbassate; di lontanto arrivano i bassi - e qualche suono altissimo, ogni tanto - della musica dei neri, probabilmente da macchine con le portiere aperte. Il caffè è pronto. Mangiamo le paste, chiacchieriamo altri due minuti, scarichiamo dalla mia flash pen gli articoli sulla resistenza agli erbicidi ed in cambio ne ottengo un paio di cartelle di mp3. Lascio il Compagno di Sbronze A alla sua Phalaris Paradoxa, con tanti auguri d'un prolifico pomeriggio, e me ne torno a casa.

A metà strada, un vigile del fuoco tenta di chiudere, sbattendolo con violenza, il portello del bagagliaio della Punto grigia ancora capovolta; dopo cinque o sei colpi ben assestati rinuncia, e con due màseri ed un tizio mingherlino in abiti civili, in due mosse - di cui la seconda molto, molto più scricchiolante di lamiere - in due mosse, ecco che il naturale contatto delle quattro ruote col suolo è ripristinato.

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sabato, maggio 14, 2005 

[18:10]

Ampie notazioni paesistiche a raffigurare lo sfondo: i versanti boscosi non ancora uniformi; un pò ovunque i contadini piantano patate ne i solchi sassosi, ed intanto disertano i prati che crescono, quindi, rigogliosi e verdissimi, tutt'un bulicame di zampette; da nord - dalla cresta dei monti, vengon giù nuvole a pecorelle che poco sopra la nostra testa si disperdono ma, nonostante la dispersione, i trenta trentacinque genitori non possono trattenersi dal chiedermi ma terrà, il tempo? Ma c'è molto, da camminare? Ma ci allontaniamo, dagli zaini? No, qua di solito fino alle tre, se è coperto, comunque tiene. No, facciamo proprio due passi. No, stiamo qua intorno. Ah!, i genitori: ci vuole un pò, a fare in modo che si radunino e facciano silenzio, anzi: ci vuole di più che non a radunare i loro quaranta-e-più pargoli, è tutto un asilo che sciama ma a me, per fortuna, la mattina son capitati gli adulti; per fortuna fino ad un certo punto - fino a quando scopro che la maestrina che mi piace, quella con gli occhiali da sole tirati su sui capelli, e la coda di capelli rossi e neanco una traccia di trucco attorno agli occhi chiarissimi, la felpa rossa col cappuccio e- fino a quando scopro che la maestrina è, appunto, una maestrina, ed in quanto tale non parteciperà, la mattina almeno, alla vita del ceto dei genitori. Vedete l'ambiente, il carsismo; ci sono stati i Veneti antichi, l'arrivo dei romani; l'insediamento abbandonato in fretta e furia e poi gli scavi, lì lì e lì. La spiega scorre senza strappi, collaudata da un'estate di turisti e figlioletti e madri superomistiche con cui discutere animosamente, difendendo i Minori tra gli ansimi della risalita dal fondo umido della Valdassa, sotto un sole implacabile a riverberare sulle schegge di calcare della stradicciuola. Verso ora di pranzo, nella casetta ricostruita, le domande dei genitori iniziano a perdersi tra i rumori dei loro stomaci e l'Ottico - che da qualche minuto gareggia nel completare le mie rodate frasi - l'Ottico continua a gareggiare eccetera, ma lo fa pur essendo completamente fuori dal senso delle suddette mie rodate frasi; forse, il putèlo che tiene in braccio, e che gli ripete nell'orecchia signore, fare foto, signore vuole fare foto; forse questo rintocco lo distrae - mah?

buffa persona z e [l'Ottico]: qui al centro doveva esserci [il fuoco] sì, un focolare - più che altro una buca, perchè [non si può fare fuoco qui] eh, perchè il fuoco vivo veniva fatto [fuori] all'aperto, e qui dentro si portavano solo [le braci] già, le braci. Comunque, vedete il piano superiore? [sì] Noi sappiamo per certo che i Veneti avevano conoscenze sufficienti per realizzare [il secondo piano, certo] un soppalco di questo tipo, e comunque con tutto questo sviluppo in altezza [avevano i letti alti?]

Mentre fuori genitori e bambini finalmente ricongiunti ciarmano felici nel sole di una giornata che desta meraviglia per come si è aperta fuori, dentro al baito noi aspettiamo le due, per iniziare il laboratorio di lavorazione dell'argilla, e prepariamo caffè con una macchinona espresso vaporosa e gocciolante; ogni tanto qualche genitore si azzarda al bancone, zigzagando indeciso, e ci fa ma fate anche i caffè, per caso? Il mito del fanno anche i caffè si infiltra lentamente tra i genitori, fuori, ed ecco che un pò alla volta, a coppie a terne a gruppetti, i genitori arrivano prima o poi tutti. Con la coda dell'occhio vedo sparire il mio bicchierino di plastica pieno di caffè corretto alla prugna appena iniziato, lo vedo sparire trascinato verso il basso dalle manine ancora da sbozzare di un bimbetto di cui, dal bancone, spunta solo un ciuffo di capelli, biondo; qualche secondo dopo le due manine, lentamente, risollevano il bicchierino, vuoto, e lo appoggiano sul ripiano di metallo; le tre dita più lunghe lo spingono qualche centimetro al sicuro, lontano dal bordo. Qualche minuto dopo, inizia il laboratorio di lavorazione dell'argilla; Moglie di Archeologo Capellone C spiega le tecniche adagiando in maniera invidiabile lessico ed esempi al substrato espressivo dei bambini, ogni tanto prende alcuni suoi lavori - un bicchiere carenato, un vaso a bocca quadrata, una figuretta a forma di guerriero - e li descrive con semplicità; e questo, vi ricordate che vi raccontavo che gli uomini facevano delle statuine a forma di guerriero, o di cavallo, e le regalavano alle donne che gli piacevano? Distribuiamo pezzettoni d'argilla e giriamo tra i tavoli a spiegare, consigliare, far vedere; se prima timidamente un Genitore Rappresentativo aveva chiesto ma durante il laboratorio, no - durante il laboratorio, i genitori non è che vi servono, vero?, ora invece i genitori sono tutti alle spalle dei rispettivi figli, e proprio loro alacri modellano lunghi gnocchi di argilla per la colombina, mentre spesso i figli se ne stanno lì a pociare con masse informi di materiale grigiastro. Ogni tanto chiaccheri, ogni tanto scambi due battute. Dopo mezz'ora sembro il golem, con mani ed avambracci ricoperti di chiazze d'argilla ormai secca. Mi appoggio contro un tavolo inutilizzato e li guardo, i bambini, e mi chiedo quale mi fa più sorridere, mi chiedo se quello lì con gli occhiali rotondi di plastica blu, coi capelli ordinati e un'espressione come perennemente concentrata, il labbro superiore a coprire quello inferiore; oppure quella bambina lì piccolissima, con le due codette nere e lo sguardo silente, ma curioso e mai fermo. Gioco un pò con una palletta d'argilla, modello una piccola figuretta a forma di guerriero, col corpo trapezioidale e la lancia in mano, e sto battere sulla spalla della maestrina con la coda di capelli rossi - sì, quella senza trucco, che ha una casa in Altopiano - sono lì che sto per richiamare la sua attenzione e per donarle la mia figuretta di guerriero ma un bambino mi tira per la manica della maglietta e mi fa 'elo dai un petcetto ancora di agilla? E io mi distraggo, esco dal pathos ed è bén così.

Mezzora dopo, grandi saluti e ringraziamenti, genitori e bambini si allontanano tra i prati rigogliosi, portandosi dietro scatoloni di lavori in argilla che poi le madri cuoceranno nel forno di casa - lavori ora avvolti nella carta, con i nomi dei bambini scritti sopra in penna blu, in cambio di una costellazione non tanto di generica monnezza, ma più precisamente di lunghi e stretti involucri di plastica trasparente, zigrinata sui bordi, che una volta proteggevano piccole cannucce acuminate, attaccate al cartone dei succhini. Su un tavolo, investito da un fascio di sole caldo e disseccante, su un tavolo si asciuga il lavoro di quel bambino le cui mani da sbozzare hanno trafugato il mio caffè corretto prugna; nell'argilla che sta appena appena virando al rosso, una replica quasi perfetta della saliera del Cellini, co' cavalli marittimi ed i più bei animali che produce la terra di sotto a due grandi figure, il Mare e la Terra, abbracciandosi.

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domenica, maggio 08, 2005 

[23:46]

sssst!

perchè sono le 03:42 di sabato mattina quando arrivo sotto casa dell'Uomo di Bianchetti e Dottorati A, dopo una sgambata concitata per la sensazione d’essere in ritardo. Ho nello zaino maglietta, camiciola e maglione di ricambio, due prodotti dolciari, e tre litri di vino bianco travasato in bottiglie dell'acqua minerale; il campari dovrebbe averlo il mio compagno di viaggio. Sulle prime non lo vedo, il mio compagno di viaggio, ma poi lo scorgo: l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A è lì, posato contro una colonna, che legge le Satire dell'Alfieri. E solo questo quadretto sarebbe sufficiente per terminarlo qui, il resoconto. Invece:

TORTONA

Anno Secondo

 

prologo

G: a che ora hai detto che partite?

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: quattro e ventuno.

G: solo con buffa persona z, vai?

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: già.

G: allora più che un vagon-lit, vi serve un vagon-spritz.

on their way

La pianura sta trascorrendo al di là del finestrone del corridoio, quando iniziamo a fare colazione; crostata di albicocche da ottanta centesimi e vino bianco, un modello di Colazione dei Campioni. Lingue diverse venute dall'est ogni tanto riempiono il treno che, comunque, è nell'insieme sonnolento; lo prendt i-io e lo facc' a petz, un petz a te un petz a Bettin' e un petz a Zibiétt'. Davanti alla stazione di Bologna ci procuriamo, oltre a della caffeina, un panino con la cotoletta - che mangeremo poi, in treno, perchè ora è troppo presto - e la famigerata bottiglietta d'acqua in cui miscelare lo spritz, man mano - via via. Saliamo sull'interregionale per Tortona - e per altre località piemontesi, peraltro, nonostante la cartografia delle Ferrovie ci avesse instillato il dubbio che Tortona fosse in realtà una ridente cittadina emiliana; saliamo sull'interregionale, si diceva, e l'unico occupante già presente cambia vagone: così, senza cerimonie. Alle 07:15 - perchè è troppo presto... - alle 07:15 mangiamo il panino con la cotoletta: costui non è per niente gnucco, come temeva l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A, bensì, à la Luttazzi, sembra premasticato da uno gnu; ma non è male. Centelliniamo spritz dalla famigerata bottiglietta, tentiamo di fare conversazione nonostante il sonno, e Tortona s'approssima gioviale, nella calura del primo mattino. Dietro di noi, da dieci minuti almeno, una bambina di sette otto anni lègge ad alta voce il penultimo romanzo di Ken Follett.

bacia la terra, che già calcò...

[il primo giorno]

lo scontro delle culture è mangiare

in giro per l'Italia, ma avendo sempre con sè dello spritz

Accolti dall’Organizzatore MC mentre spartiamo pesi e bottiglie tra zaini e borse a tracolla – e mentre mi faccio la toletta ad una fontanella comunale, di fronte alla stazione – accolti quindi in perfetto orario si va a prendere il caffé, e mentre si ciaccola col giuliomozzi e si resoconta il mattiniero viaggio arrivano a sprazzi e a gruppetti gli altri partecipanti al corso, qualcuno s’era già visto l’anno scorso qualcuno no, qualcuno è affettuoso qualcuno non ti saluta nemmeno, qualcuno apprezza l’incremento di curvatura d’alcune masse del tuo corpo, e poi nella Vita ti dicono di non essere prevenuto verso chicchessìa. Si forma la cricca padovana. Ci si trasferisce in biblioteca, il corso inizia; il silenzio, Brian Eno, le grandi opere del novecento ed il paradosso romanzesco. Alla pausa delle undici e mezza s’esce due minuti, ci si siede sui gradini della biblioteca e con l’Uomo di Bianchetti e Dottorati A ci si dedica a spritz e panino-ca’-porchetta-d’ariccia; si rivela un tragico errore: stomaci secernono succhi, assonando; salivazione pavloviana; bramosìa del pranzo. Ed il pranzo arriva presto abbastanza. Mentre consultiamo il menu, l’Organizzatore MC tenta di convincerci alla colatina, sicuramente gustosa specialità del locale in cui ci troviamo. Si conversa e ci si conosce con chi siede nei posti vicini e prospicienti. E tu, cosa fai?, mi chiedono. Io - rispondo - io [F-CHSSSS! schiocco della frusta; tà-tara-ttàaa, incipit del jingle di Indiana Jones] faccio l'archeologo! E giù spiegazioni, giustificazioni, altre parti del discorso che finiscono in -zioni. [ogni volta che me lo chiederanno, sì: l'inseparabile Uomo di Bianchetti e Dottorati A sarà lì a sottolineare la mia risposta con lo schiocco della frusta e l'incipit del jingle di Indiana Jones]. Nel pomeriggio si va al luna park a scrivere di rumori, io supero dopo dieci minuti l'effetto ipnotico che han su di me i piccoli polipi di plastica, emisfere colorate ed occhiute che l'acqua fa scontrare senza requie, ed io sono sicuro ad un certo punto di vederne uno, arancione; uno dallo sguardo più vivo, più intelligente degli altri, e tutto questo cozzare stoppato e plasticheggiante di rigidi tentacoli - vedete, non riesco a far'a'mmeno di liricizzarle, quelle piccole creature imprigionate attorno allo scoglio incrostato di stelle marine, cappe e coralli da cui la sirenetta - basta, oh! me làsso; basta. Superata l'ipnosi mi stendo su una panchina di comodissima pietra, giusto al di fuori del perimetro della funhouse, e scribacchio nel quadernetto verde-qualcosa un pò delle mie pippe mentali, corsi di questo tipo mettono in moto il polso del vorrei, del quando torno a casa eccetera. Il corso riprende. Nell'inoltrare del pomeriggio si configurano usuali scenari della commedia umana, più o meno rumorose lotte di ego - eghi? - e spargimento di stereotipi; io e l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A si comincia a subire i postumi del risveglio barbaro, e per tenerci svegli si inizia a scarabocchiare il retro delle fotocopie delle Satire dell'Alfieri dell'Uomo di Bianchetti e Dottorati A; io spero che non siano andati perduti, quei rebus di bestemmie...

i pellegrini di cuore e spirito puro

Deputato al nostro alloggiamento è il collegio di Tortona. Io e l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A ci arriviamo in macchina, accompagnati dal Chief Librarian of Tortona; lungo la strada memorizziamo capisaldi per tornare poi in centro a piedi, da soli; su tutti, l'immensa madonna d'oro... Ci introduciamo alla Suora Segretaria, siamo del corso di scrittura, sa, l'Organizzatore MC. Pausa. Vi chiamo l'Economo. L'Economo arriva; è un uomo di poche parole. Siamo del corso di scrittura, sa, l'Organizzatore MC. L'Economo ci dice che ha combinato tutto il Direttore, e ve lo vado a chiamare. Il Direttore esce fuori dopo un minuto, dalla porta dell'ascensore; il Direttore è gioviale, molto gioviale.

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: siamo del corso di scrittura, sa, l'Organizzatore MC-

Direttore [camminando deciso verso la reception]: di dove siete, ragazzi?

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: Padova.

Direttore: ma no, no - ma no! Se mi dicevate che eravate, che ne so, di Bassano, che lì almeno c'è aria buona... ma veneti di Padova! Voi mi rovinate!

buffa persona z [in modalità compagnone-che-non-si-sa-mai]: ma io lavoro in Altopiano! E' lui che è di città!

Direttore: a-ah, l'Altopiano! Bene, bene-

Uomo di Bianchetti e Dottorati: beh, allora mio padre è nato in provincia di Belluno.

Il Direttore è ora dietro al banco della reception; tira fuori da un cassetto il foglio con l'elenco delle stanze. Allora ragazzi io vi do la stessa stanza, ecco qui, la sedici.

Firmiamo, e nel frattempo arrivano altri corsisti. Ci vengono consegnate le chiavi; riceviamo istruzioni sulla posizione della stanza e sulle relative vie d'accesso. Stiamo per salutare, va bene noi intanto andiamo, quando il Direttore interrompe le trattative appena avviate con gli altri corsisti, sovvenendosi di

Direttore: ah! Dimenticavo! Quindici [dà una manata sul banco, di fronte a buffa persona z] e quindici [dà una manata sul banco, di fronte all'Uomo di Bianchetti e Dottorati A] trenta! [alza l'indice della mano destra, come a sottolineare il totale, nell'aria]

Paghiamo, per un momento intontiti dal brio della richiesta di transazione. Ci avviamo verso quello che io credo essere il portoncino che dà sulle scale che portano al piano delle stanze [uff!] ma in realtà non troviamo la corretta via - maledetto io, che non ascolto mai le indicazioni che mi vengon date - per cui torniamo veloci alla reception. Il Direttore è ancora lì che tratta con gli altri corsisti; poi, tutti ci si muove seguendolo.

il Direttore [monologo]

Direttore: è perchè sembrava che sareste stati in tanti, all'inizio; uno si aspetta cinquanta persone, per esempio. Allora ho pensato che avrei voluto smistarvi per gli alberghi di Tortona, però ho fatto qualche telefonata due giorni fa e sono tutti sui sessanta, settanta euro a notte. [pausa] E allora dall'anno prossimo alzo anch'io il prezzo un pò, eh eh! [pausa] Perchè insomma ci sono anche i pellegrini; ora: non so se voi siete pellegrini di cuore e spirito puro...

come essere in gita

[descrizione lirica d'ambiente]

... è la prima cosa che esclamiamo appena entriamo nella nostra stanza - o, forse, lo esclamiamo che ancora siamo sulle scale, Don Orione e Madre Teresa e i papi e le altre personalità ci benediscono da quadri stampe e fotografie, salendo. Ci si rinfresca, ci si cambia, si beve uno spritz e si riempie di nuovo la bottiglietta. Pacchetto di wafer, ammirando il fulgore della madonna gigantesca, fuori, colpita dai raggi incolori del tramonto di Tortona.

soirée

E' che uscendo - già fuori della cancellata del collegio, in realtà - l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A si accorge che la sua borsa a tracolla gocciola di ottimo vino bianco; accidenti!, v'è il tempo d'esclamar, una bottiglia chiusa con errato tappo spande liquidi in tra le cose. Torniamo in camera, mettiamo la borsa ad asciugare, nella doccia, svuotiamo il mio zaino del surplus e ci mettiamo le risorse per la soirée. Beviamo uno spritz, ed usciamo di nuovo. Seduti sui gradini del duomo di Tortona, aspettando gli altri, io e l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A parliamo delle Grandi Questioni dell'Attività Artistica, scrivere, pubblicare, le idee; il cazzeggio che porta a sconfitta e malumore. Chiacchere in piazza aspettando che il gruppo sia completo, ma tu, allora, cosa fai ora? [F-CHSSSS! schiocco della frusta; tà-tara-ttàaa, incipit del jingle di Indiana Jones] Faccio l'archeologo, ora. Si va a cena; vengono portate portate curiose - ok, questa era eccessiva, lo ammetto. Vengono servite portate curiose, zampe di rana e lumache ed un ripieno vegetale per i tortelli, il plin - o pleen? - e intanto scopro che il vino bianco non è male, e ritorno con la mente all'anno scorso, alla delusione mia e di The Digital Eye K per la poca possa del vino rosso servito in caraffe trasparenti, intanto si chiacchera con nuovi vicini e prospicienti di posto, tu invece, cosa fai? [F-CHSSSS!, tà-tara-ttàaa] S'esce dopo un pò di economia spicciola; qualcuno torna in albergo, qualcun'altro fa un giro verso il teatro - grande scorno, per me, vedere tutti, gli insospettabili pure, uscire trionfanti con in mano Le Opere dell'innominabile poeta catartico, giustificando poi con un tanto è gratis, facendo spallucce - e dopo il teatro si va a bere cocktail nel locale con la luce bassa, i divanetti e la rana di terracotta che non si capisce bene a cosa serva, lì sul tavolinetto, grande così. Caldo, daiquiri, chiacchiere. Tu hai detto che fai? [F-CHSSSS!, eccetera] Usciti, misceliamo un'altra bottiglietta di spritz, e muoviamo a piedi, la cricca padovana, verso il collegio; collegio dove sulla panchina di fronte agli aratri per i più piccini chiacchieriamo chiacchiere fiche, di rapporti umani e reciproci aggiornamenti, ed io e l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A scopriamo che nella condizione di imbibizione in cui ci troviamo, i primi sorsi di spritz sono letali, portano ai massimi livelli l'alcolemia latente, e salendo in camera alle tre di notte ci prende il boresso, il boresso da gita; l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A dice se vuoi che chiacchieriamo va bene, ma appena si spegne la luce io mi addormento; non c'è problema, dico io, e spengo la luce, i letti più che per pellegrini di cuore e spirito puro sembrano tarati, in durezza e dimensioni, per penitenti d'altre epoche e d'altre confessioni, io mi stendo e

cinque ore dopo

suonano le sveglie dei cellulari; rigirandoci sui letti sacramentiamo con colore, e poltriamo mezz'ora dicendo cazzate ancora semi-addormentati. Alziamo la persiana, oltre alla luce del sole caldissimo entra nella stanza la sagoma della madonna gigantesca - una sagoma che nella sua monocromìa appare, ad un miope senza occhiali, come una preparazione ogivale enorme, a stagliarsi contro il cielo azzurro pieno. Mentre l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A è al telefono con G io mi chiudo in bagno, mi do una sommaria lavata e intaso il cesso, com'è mio uso, pare, da un pò di tempo a questa parte. Esco dal bagno, vi entra l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A; da dentro maledice l'atmosfera ivi pesante, e mi chiede se ho intasato il cesso; rispondo affermativamente, lui dice qualcosa a proposito dell'intasare anche il bidet. Quando l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A esce dal bagno, io sono lì che in mutande e maglietta guardo fuori, tra portico e giardino, i pellegrini di cuore e spirito puro che trascinano trolleys e borsoni; sto bevendo lo spritz, e questa cosa pare impressionare alquanto il mio compagno di stanza. Usciamo, pieni di simpatia mista a postumi, e cerchiamo un locus colazioni seguendo gialle impronte sul marciapiede e, poco più avanti, lo stesso Uomo dalle Suole Gialle.

accondiscendere a bestiali impulsi

[il secondo giorno]

Arriviamo in biblioteca con un quarto d'ora di ritardo. Il corso scorre con un pò di difficoltà, oggi; io làtito, con la concentrazione, pur non pensando a nulla in particolare. Tutto sfuma, in parte. Ieri sera potevo fare una domanda utile, e non ce l'ho fatta; peccato, e rammarico. L'Uomo di Bianchetti e Dottorati A, sottovoce, richiama la mia attenzione; toglie il tappo ad un pennarello verde, uno di quelli che la sera prima era nella sua borsa a tracolla: qui c'è ancora del vino bianco, lo vuoi? Breve pausa poco prima di mezzogiorno; facciamo una scappata al lunapark. Mi faccio preparare un panino con hotdog, senape e tanto tabasco; in sottofondo, l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A lamenta ho bisogno d'acqua, io, altroché. Ci sediamo un secondo. Offro morsi del panino all'Uomo di Bianchetti e Dottorati A; in breve lo finiamo.

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: io ho capito una cosa. Quando buffa persona z dice "panino", allora non c'è niente da fare: il panino ci sta proprio.

Corso, ancora. Prima di pranzo si fa una scappata, in stazione, a giocare con l'automatica dei biglietti. E' domenica, c'è un sole splendido, io galleggio nella morbidezza dello spritz; mi si fa fretta, ed è una cosa che non sopporto; mi incazzo un pò. Io e l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A andiamo a mangiare, solitari, al lunapark; io smadonno un pò, poi mi passa. Panini smarzi con salamella e abbondante cipolla, e patatine. Ci resta poco più di mezza bottiglietta di spritz. A fine pranzo: io sto cercando una fontanella; vaghiamo sotto un sole cocente con in mano mezzo bombolone alla nutella ciascuno:

Uomo di Bianchetti e Dottorati A: ci stiamo comportando proprio da budelli màrsi.

Così: metà in italiano, metà in dialetto. Come dargli torto?

umane reazioni

Cosa vuol dire? Che quando abbiamo la branda,

la morosa o il moroso, e la cena [guarda oltre la finestra, e indica]

e una giornata così; cosa ci interessa, allora, poi?

Scrittore dal Lessico Che Invidio U

Ad un certo punto fa la sua comparsa in Tortona lo Scrittore dal Lessico Che Invidio U. Scambiamo due parole, durante la pausa sigaretta, e scambiamo anche l'ultimo spritz. Poi, il suo intervento, ed io elenco nel quadernetto verde-qualcosa le reazioni che solitamente s'osservano quando appunto uno scrittore inizia a parlare in fronte d'una platea - reazioni spesso femminili, ma non solo; tra queste, appunto: affettata superiorità, affettata sicurezza, attettata indifferenza; simulato interesse; iper-ilarità; eccesso di manifestazioni d'assenso, concordanza assoluta; pendere-dalle-labbra-di, sottomissione; fittizio ridimensionamento dell'ego; rivelazione, epifania, parusia; silenzio assoluto.

tocca scappare

Il ritorno. I treni pieni di gente - il primo di pendolari settimanali, il secondo di manifestanti; i manifestanti - appunto -: persone che conoscevo e frequentavo e che non voglio più conoscere nè frequentare, donne schermo ed oggetti del desiderio. Una lunga discussione, durata da Peschiera fino a, credo, Vicenza. A piedi, fino al Portello; le ultime considerazioni, con l'Uomo di Bianchetti e Dottorati A. Saluti, ci vediamo, via a casa, subito a letto. Ogni tanto ho proprio culo, nello scegliere i compagni di viaggio.

O nell'essere scelto come tale; vero, Uomo di Bianchetti e Dottorati A?

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sabato, maggio 07, 2005 

[18:40]

come va il Mondo, oppure

lo smerdazzo

Venerdì pomeriggio, Vicenza centro. Esco dal cantiere con una busta in mano, in cerca di un tabaccaio aperto. Uno come temevo è chiuso, l'altro non è da meno. Cammino verso le poste centrali, che praticano l'Orario Continuato. Ho la pancia piena - la cucina dei bavaresi, giù nel Paese dell'Hinterland Vicentino - beh: la cucina dei bavaresi è intrigante ma deleteria, così come le formule menù fisso dieci euro che campeggiano scritte in nero su lavagnette bianche, di fianco all'ingresso di trattorie e stabilimenti alimentari, in giro per la pianura déi schei. Entro alle poste centrali, prendo il biglietto col numero, pì duecentoventuno; i pì sono ora al duecentodiciannove. Ciondolo tra le poltroncine d'attesa, leggo un volantino pro poste italiane, del tipo è una figata! pensaci! Pì duecentoventi, c'è una donna allo sportello; trenta-e-poco-più anni, tailleur con pantalone nero, colletto puntuto di camicia bianca, crocchia di capelli biondi - l'aspetto è nell'insieme executive. Fa le sue cose. Pì duecentoventuno scatta sopra di lei, io penso poco male, alle poste tanto mica hanno ancora capito, come si gestiscono i numeri dell'attesa. All'executive squilla il cellulare: apparecchio da molti denari, Badinerie di Bach, arrivo arrivo sono in posta ma ho finito. Raccatta le monetine del resto, le infila nel portafoglio, si volta e sgambetta verso di me, che sto nella sua traiettoria verso l'uscita. Mi scanso. Executive era carina, ma insomma anche no. Metto sul ripiano dello sportello la mia busta, ed il mio biglietto pì duecentoventuno. Ciao, me la spedisci in- L'impiegato mi interrompe: ah, ma ce l'hai tu il duecentoventuno. Sì, gli rispondo che ce l'ho, e gli faccio vedere il biglietto. Pensa te: la ragazza che c'era prima di te aveva detto che aveva lei il duecentoventuno, ma aveva perso il biglietto.

Ma dai?

Già. No, è una stupidaggine-

Beh, sì-

Ma magari poi vengono fuori i baruffoni per delle cose da nulla.

Già. Me la spedisci in prioritaria?

Pago, raccolgo il resto ed esco nella calura, insopportabile per il mio gocciolare di raffreddore e muchi diversi. L'executive è lì, tra due colonne del porticato; sta armeggiando con il contenuto della borsetta. E' venerdì pomeriggio, ho la pancia piena, il sole splende alto e caldo ma in qualche modo la luce di nubi inquiete oscura la porzione di cielo verso ponente, verso Verona. Passo spedito ma convinto di fianco all'executive e con voce distinta, senza voltarmi dico abbiamo il duecentoventuno ma s'è perso il biglietto, eh?

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venerdì, maggio 06, 2005 

[08:50]

buffa persona z: ciao, io sono buffa persona z e sono la vostra guida, per oggi. Siccome sono qui per chiacchierare, fatemi tutte le domande che vi vengono in mente, così ci divertiamo di più tutti quanti. Altrimenti, va a finire che vi annoio, e a fine giornata mi odiate!

***

E' più o meno mezzogiorno. Ma, prima. La sveglia ha suonato alle 06:36; ho tergiversato fino alle 07:43; la notte non ho dormito nulla, un pò per l'agitazione, un pò per il mal di gola e per la vaga sensazione di inscatolamento craniale che, poi, mi ha perseguitato fino a sera. Alle nove e poco più sono arrivato in Altopiano. Piove, non piove; piove? No, gocciola soltanto - a tratti. Una giornata maestosa, con le sue nubi e il sole che non c'è, il vento quasi costante e le macchie incastrate tra di loro di pini - scuri - ed altri alberi - chiari - a coprire i versanti. Credo di avere qualche linea di febbre, ma quel che conta veramente, in questo momento, è il mal di gola. Dopo la prima ora di spiega a tout le monde, c'è stato il primo gruppo di quindici bambini - tutto bene; qualche isolato segno di cedimento - ed il secondo gruppo di quindici bambini - ogni tanto, picchi gracchianti di sillabe strozzate. Si approssima infine l'ultimo gruppo di quindici bambini; io mi appoggio alla parete di tronchi d'abete - vedete? - della casetta protostorica, e preparo mentalmente una terza variante della spiega. Prendo fiato, e ràntolo.

buffa persona z [sommesso]: ora, vi racconto della mia laringe.

Quindici Bambini [unisono]: cos'è una laringe?

buffa persona z: un cosa come... questa.

E tiro fuori, da una tasca dei pantaloni, la mia laringe.

***

Non c'è verso di andare giù in Valdassa, nel dopopranzo, ché il tempo è troppo variabile. Al Museo non li si può portare, sono esagitati, com'è giusto essendo loro in terza elementare. Le maestre chiedono non c'è, una passeggiata da fargli fare, qui attorno? Io gli dico: c'è la strada campagnola che torna in paese, sono tre chilometri, è bella e di solito non ci passano macchine. Loro chiedono che io lo stesso accompagni la comitiva. Vabbè. Subito, due bambini mi prendono per mano, uno per parte. Parlano più o meno per tutto il tempo. Mi chiedono cose.

Io sono il tuo angelo custode.

E io sono il tuo diavoletto.

Anzi no, io sono la tua coscienza.

Hai compiuto tanti peccati, tu?

Lo sai cosa vuol dire esse-pì-cu-erre?

Vuol dire sono pazzi questi romani.

Lo sapevi?

Pensa che bello sarebbe buttarsi in quel prato.

[mi oppongo: e se sotto ci fosse un letamaio?]

B-buuh! Che schifo!

Se c'è il letamaio, allora torno su tutto sporco. Allora tu dici che peccato!, e io ti spalmo addosso i tuoi peccati.

Io sono il paradiso, e lui l'inferno.

Sì, da questa parte della strada è l'inferno.

Io sono il cielo, lui l'inferno, e tu la terra. Però se cammini così da una parte all'altra, viene fuori un terremoto.

Io sono la Radura d'Inghilterra [sic.]

[chiedo: la Radura d'Inghilterra? E che vuol dire?]

Boh?

E' vero che in Scozia gli uomini portano la gonna?

E non hanno le mutande sotto?

***

Ti siedi anche tu?

Non lo so, magari sto un pò in piedi.

Allora sto in piedi anch'io.

Aspetta un attimo, che vado a parlare con la tua maestra.

Io resto qui. Ma se vai lì, allora resti senza la tua coscienza.

Oddìo, e cosa faccio senza la mia coscienza?

Già: cosa fai?

***

Che squadra tifi?

Io non-

Qual'è il tuo sport preferito?

Mah, la co-

Qual'è il frutto che ti piace di più?

L'ananas?

Sei sposato?

Eh, no.

E ti piacerebbe?

...

***

Fondamentalmente, è un spasso. E non solo, uno spasso.

***

E tu dove vivi?

A Padova.

In che via?

Mah!, in una via piccola.

E che numero?

Al vent-

Allora possiamo venire a trovarti?

Ommadonna, perchè?

Perchè ci stai simpatico!

Ma no, dai. Poi magari dopo un pomeriggio intero divento noioso.

Non è vero.

Cosa, non è vero?

Non è vero, che diventi noioso. E non era vero neanche quello che dicevi stamattina.

Cosa dicevo, stamattina?

Che ci annoiavi, e alla fine ti odiavamo.

[sorrido]

Vieni a Vicenza con noi?

***

Il pullman è sparito, oltre la chiesa, con tutte le manine che salutavano a tergicristallo. Mi infilo in bar, ancora sorridente, di cuore lieve. Prendo un caffè, carico il cellulare. Poi riverso sul bancone tutte le monetine che ho in tasca - i denari veri stanno in macchina, la macchina sta a tre chilometri di distanza, e piove -; ci sta anche un succo. Ne bevo mezzo. Chiedo un piattino alla ragazza del bar; ci verso dentro un pò di succo d'arancia. Tiro fuori la mia laringe dalla tasca dei pantaloni, e la avvicino al bordo del piattino. La mia laringe beve, a piccole lappate,

Laringe: bi-ui-uì! Bi-uiuiui-uì!

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mercoledì, maggio 04, 2005 

[11:19]

lo so lo so, che aspettate
Non fosse bastato il weekend tortonese – con il suo corredo di treni alle quattro di mattina, bottiglioni di spritz, alimentazione corretta, corretta nel senso di “con aggiunta di campari”; no, non fosse bastato il fine settimana: s’ha da fare i conti, in questi giorni, con la temperatura, già inclemente per la mia personcina filoartica, e con gli orari di lavoro, con – ancora? – i treni di prima mattina, la sicurezza affettata e quindi stressante del ma il controllore qui non passa mai, io il biglietto non lo faccio; con le mille attività che l’Archeologo Capellone C mi affibbia, una sorta di nuvolo in cui convivono applicazioni informatiche allo stato dell'arte; letture di testi sui forni fusori preistorici tanto affascinanti quanto a-sintattiche, quindi sibilline e di complessa interpretazione; lo stare accosciati a dar di cazzuola attorno agli ossi d’un povero cristo della romanità vicentina, portando alla luce frammenti spugnosi e denti ed altri elementi curiosi del corpo umano, facendo nel frattempo battute oscene, per passare il tempo. Tutt’intorno, appena si ritorna in Padova, nel tardo pomeriggio, tutt’intorno tutto quanto è sfumato e sovrapposto, e nell’incostanza di questi giorni di comunque fermento pratico ed intellettuale tutto si mischia, le cose spingono per attrarre la mia attenzione ma io non le distinguo e, in definitiva, un po’ mi perdo. Miniaturisti medievali e filologi agguerriti, studiosi di metallurgia storica e chitarristi del metallo svedese, fabbri nella penombra delle loro fucine e uomini dall’occhio a mandorla che servono spritz ben carichi in bicchieri appiccicosi; critici e scrittori ed un circondario di ego – eghi? – ad empire le stanze, e nella notte il vento fuori impetuoso ed il frondare dell’oleandro mi svegliano da un sonno vestito pieno d’incubi terribili – sogni denti, muiono parenti; il vento, l’oleandro, ed i Manowar che forgiano spade su di un’incudine nera di morchia, e ridono crudeli, nella penombra di quella fucina che è la mia camera. Ci sono, ci sono – è che sono difficile da reperire; anche per me, comunque. Lo so lo so, che aspettate. ‘rivo.

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