buffa persona z

[the aim of literature is the creation of a strange object covered with fur which breaks your heart. d.b.]

martedì, settembre 30, 2003 

[16:33]

Quasi vergognoso - almeno rispetto ai miei standard - il metterci cinque giorni a leggere una cinquantina di pagine piccole piccole. Jay McInerney, Nudi sull'erba. Un raccontino. Ma splendidamente narrato. La sensazione che mi ha lasciato è la stessa di quando incontri su un treno semi-deserto una persona, uno sconosciuto, qualcuno con un'irrefrenabile... no, non è l'aggettivo corretto. Qualcuno con una forte necessità di raccontarti la sua storia. Superi la diffidenza, e ti perdi nei fatti, negli accadimenti di un'altra vita. Reale. Piacevole lettura. Prima o poi, Le mille luci di New York. Tanto, lo trovo nella biblioteca paterna.

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lunedì, settembre 29, 2003 

[13:30]

Sabato trascorre, in libreria, piuttosto tranquillamente. A livello fisico. A livello psicologico, invece, è tutto un altro paio di maniche. Nove ore a dire ai genitori che i loro libri – no, i libri per suo figlio – non sono ancora arrivati. L’intera gamma delle reazioni umane viene esplorata, dal "non importa, non gli serve ancora", al sarcasmo, all’incazzatura. Alcuni nemmeno stanno a sentire le giustificazioni – detto francamente, le giustificazioni reali – che gli proponi, e se ne stanno lì, a sghignazzare e commentare ah, ora capisco cosa sono i vostri cinque, sei giorni di media…

Alle sette, un po’ inebetito dalla borghesia patavina subita per tutto il giorno, vado a sorpresa a prendere la Sorella Elettiva G in stazione. Da qui, iniziano queste lunghe e brevi ore di chiacchere, risate e confidenze. Sto benissimo, mi rilasso, si attraversano tutti gli argomenti importanti della vita. Due punti di vista, due modi per dire sono stato bene.

  1. Sono le undici quando abbiamo finito di mangiare. Sul Liston, poco illuminato, camminiamo ridendo. E’ notte, ma è una notta sicura, tranquilla. Un morbido rifugio, un caldo angolo sotto le coperte; qualcosa del genere, insomma. E mentre descrivo minuziosamente una scena grottesca accadutami poco prima in pizzeria, mi arriva un messaggio. Un messaggio di una Persona Importante. Un messaggio della Persona Importante F. E’ il climax della serata, e per una volta mi sento tranquillo e pacifico.
  2. Tre ombre di rosso. Birra media in pizzeria. Amaro senza ghiaccio. Pub, birra media birra piccola.

Conclusione, anch’essa in due tonalità differenti.

  1. L’indomani mi sveglio di ottimo umore, la colazione è già il pranzo. Chiamo la Sorella Elettiva G, e in due rapide coordinate organizziamo un giro a Cittadella e Bassano. Stessi parametri umorali della sera precedente.
  2. Arrivo a casa alle due e mezza. Accendo il computer e mi dico durante lo startup mi stendo un attimo sul letto. Alle cinque passate, tra muri dinamici e computer che si accende e si spegne da solo per le ondate del black-out, mi tiro su dal letto, e mi rendo conto di essere ancora vestito. Che non vuol dire pantaloni e maglietta. Vuol dire kefia e giubbetto di jeans.

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venerdì, settembre 26, 2003 

[22:50]

Lunghi giorni di silenzio, ma non preoccupatevi. E' solo stanchezza.

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venerdì, settembre 19, 2003 

[22:43]

Continuo a credere che ci sia qualcosa che non va. Ne ho motivo, lo vedo dai Segni. Stamane ero inginocchiato sul pavimento del magazzino, in libreria, tutto intento a Dividere Prenotazioni. Dividere Prenotazioni significa smazzare centinaia di libri da cui spuntano foglietti numerati, ordinandoli e raggruppandoli, e collegandoli infine alla loro cedola di prenotazione. Mentre quindi Divido Prenotazioni, arriva lo Psicologo Friulano N e pratica, con me come bersaglio, il Gioco della Bibbia. Ultimamente, a noi magazzinieri, ci ha preso bene, psicologicamente; si afferra una delle Bibbie usate che circolano per il magazzino, si apre a caso, si legge il primo versetto che si vede, indirizzandolo - possibilmente con fare magniloquente e premonitorio - verso uno dei colleghi. Quando meno se lo aspetta, possibilmente. Ecco, il Segno è questo. Isaia, 5:22: guai a coloro che sono gagliardi nel bere vino, valorosi nel mescere bevande.

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[00:29]

No. No no no. Credo, ritengo che undici - 11 - ore di lavoro in una giornata siano decisamente troppe. Un secolo di lotte sindacali, di battaglie per i diritti del Lavoratore, buttato nel cesso. Cazzeggiamo tra colleghi - io e lo Psicologo Friulano N - a fine giornata, sistemando il bancone. Troviamo una Bibbia usata, invenduta - sotto il bancone noi poveri magazzinieri e venditori - diffusori - di cultura molliamo i libri usati che il Cliente rifiuta. Troviamo queste Bibbie, e decidiamo di aprirle a caso e leggerci a vicenda due versetti. Lo Psicologo Friulano N apre, individua, legge. Siracide, 31:25. Non fare lo spaccone bevendo vino, perchè ha mandato molti in rovina. E, riportata questa ammonizione divina, getto la spugna, e vado a dormire.

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mercoledì, settembre 17, 2003 

[23:17]

... e poi scopri per caso che il tuo Oste di Fiducia ha fatto per dieci anni quello che tu fai ora... buffa solidarietà professionale, quasi sguardi d'intesa. Ma questa sera non è sera da scrivere. Perchè? Forse perchè ho degli strani pensieri in testa? Forse perchè sono moderatamente ubriaco? Forse perchè... forse perchè domattina alle otto c'è un furgone di libri scolastici da scaricare, e mi sono offerto volontario? Forse per tutte queste cose, e forse per nessuna di queste?

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[01:19]

C'è un paese immaginario, un luogo magnifico ed incantato. Un rosso fiume di spritz al Campari - anzi, un rosso fiume di sprizzalcampari - attraversa una terra fatata, una terra racchiusa, isolata dai continenti circostanti da impervi, giovani picchi. Catene montuose, strati sedimentari di libri usati formano il cuore delle immense masse; in alto, dove l'aria si fa più pura, e dove l'ossigeno arriva ad ogni inspirazione fino al più interno degli alveoli polmonari, è qui che nuovi testi, testi spigolosi, scivolosi per la scabrezza delle superfici, ogni giorno si frantumano per effetto del disfacimento meteorico; il gelo e l'acqua e il vento e il sole, implacabili seppur lentissimi, intaccano, spezzano, fanno precipitare blocchi squadrati, blocchi che rotolano a valle col fragore di millenni infranti. I coni detritici ricoprono la terra, una terra dal suolo mordibo, fertile. Un ocra quasi trasparente, ricco di nutrienti, difficile da classificare anche con le tavole Munsell. Sembra materia cerebrale. Forse lo è. E' un suolo fertilissimo, e dove le acque del fiume lo lambiscono, le reazioni chimiche gli donano un carattere diverso, peculiare. Il rosso dello sprizzalcampari penetra tra gli interstizi, la falda risale, si allontana dall'alveo ghiaioso del fiume. E la terra si fa rossa come una densa, soffice mucosa. Le idee, come rigogliosi vegetali, germogliano, crescono, fruttano nella luce del sole. Grossi bulbi colorati si staccano dai rami per cadere a terra con sordi tonfi; cadono a terra dove marciscono lentamente nella notte di rugiada, non ci sono uccelli a beccarne la polpa, non ci sono roditori a trascinarli nelle tane profonde. L'unico abitante a muoversi, curioso tributo al grottesco ed ironico Destino, è lo scarabeo. E' lo scarabeo, ma, poverino lui, non ha sterco da spingere con il carapace poderoso. Nessuno produce sterco, nel paese immaginario, magnifico ed incantato.

Dei passi non risuonano sulla gommosità del suolo. La sua elasticità restituisce ai piedi la forza dell'impatto. Io e il Compagno di Sbronze A camminiamo discutendo di donne, vini e buoni libri. In mano, due bottiglie di birra. Un proletario surrogato del Nettare degli Dei. Quand'ecco, un curioso, un raro fenomeno naturale, una bizzarria metereologica. Nevica. Già, nevica. Grossi fiocchi ondeggiano nell'aria, i loro misteriosi cristalli sono però già spezzati, resi storpi da chissà quale corrente ascensionale, fredda come una lama. Hanno perso la loro cabbalistica, numerica magia. I grossi fiocchi flocculano - che altro posson fare? - dolcemente, si posano sulla rossa terra e poi, quando le nubi si spostano verso nord-ovest, si posano anche sul suolo ocra e fertilissimo, simile a materia cerebrale. Alcuni di essi finiscono sulla superficie del fiume di sprizzalcampari, e la placida corrente, dopo averli tinti di rosso, li trasporta, facendoli roteare, verso il mare. Verso un mare. Ma... ho parlato di nuvole? Beh, vi ho mentito. Nel paese immaginario, magnifico ed incantato non ci sono nuvole. Eh no, proprio no. Il paese immaginario, magnifico ed incantato si trova racchiuso in una cupola diafana, vitrea ed invisibile. E qualcuno, dall'alto, qualcuno di molto buffo, ogni tanto la afferra, questa cupola. La afferra, e la scuote.

Ma dolcemente.

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martedì, settembre 16, 2003 

[00:37]

Tra mille e mille frasi fatte, proverbi, riempitivi sonori per occupare lembi di conversazione, uno dei più comuni modi di dire è: il buongiorno si vede dal mattino. Infatti. Stamane mi sveglio dopo qualche ora di sonno in più. Mi bevo un paio di caffè. Ascolto la mia canzone preferita - Follow the Hollow dei Soilwork - e qualche altro brano energetico. Riesco addirittura a rimettere la maglietta nera che avevo a lavoro ieri pomeriggio - per una volta, non odora di capra bagnata. Esco di casa già pregustando una sapida colazione a base di caffè - ancora? - e brioches. Scendo la prima rampa di scale, ben nove gradini che dopo ventidue anni in questo condominio riesco a percorrere anche al buio - facile - o da completamente ubriaco - meno facile. Sul pianerottolo successivo c'è il gatto dei vicini. Ciao, Matìz. Matìz tira su la testolina nera - è, ovviamente, un gatto nero. Stava dormendo, o pisolando, o insomma era in quella buffa condizione animale di dormiveglia vigile. Tira su la testolina nera, mi fissa per un attimo, e mi aggredisce. Si, mi aggredisce. Miagolando in maniera intermedia tra l'ostile e l'annoiato - già, Matìz è un gatto annoiato, annoiato come potrebbe esserlo un borghese troppo benestante - questo animale mi si avvoltola alla caviglia, menando fendenti con le zampe artigliate. Fortuna che ho i miei fidi pantaloni militari, e l'unghiolo scivola sul coriaceo tessuto; fortuna che sono lesto abbastanza da peadare via (?) l'offensore, esclamando con voce assonnata ma che cazzo fai, testa di gatto; insomma, in definitiva, l'attacco non è proficuo per il felino, e io mi muovo con un mantenuto buon umore verso la libreria.

Dove trovo Tensione e Terrore, ma questa è un'altra storia.

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lunedì, settembre 15, 2003 

[00:46]

Tornando a casa, qualche ora fa. In un sacchetto ho una lattina di birra e i Canterbury Tales, libro che cercavo da moltissimo tempo e che finalmente ho trovato, usato, bella edizione, ottime condizioni - solo due righe sottolineate in cinquecento pagine, ammetto che alcuni dei clienti della mia libreria avrebbero da ridire... Oggi, pausa pranzo. Leggo due pagine a caso di un libro preso a caso da una mensola, in camera mia. Apuleio, l'Asino d'oro. E' la prefazione, mi riassume il culto di Iside, perno dell'opera. Iside, Iside... dea della fortuna e del caso... "gli avvenimenti esterni della vita umana, le disgrazie, le tribolazioni, sono dettate dalla Fortuna, dal caso capriccioso". Ah. Come, ad esempio, conoscere - dopo molto tempo - una persona bella, interessante, una persona che ne vale la pena. E che però è lontana. Molto lontana. D'altronde, ci sono stati molti periodi della mia vita in cui, nel delirio - o nella depressione - ho come avuto l'impressione - a volte quasi la certezza - di essere perseguitato dagli dei. Chiunque essi siano. Continuo a leggere, queste pagine mi appassionano. "Ma quando l'uomo si converte e si mette al servizio di Iside, allora tutti questi eventi appaiono quali manifestazioni della Provvidenza che intende condurre l'uomo verso la beatitudine". Per la seconda volta, ah. C'è qualcosa sotto, sicuramente. Mi devo convertire? Proseguo finchè non è il momento di correre in libreria. Esco di casa. Rifletto lungo le scale sugli appena letti passi a proposito della conversione al culto misterico: nozze sante, riti di iniziazione, prove, sopportazione. Torno su. Apro la porta, mamma? c'è mica sul settequaranta che si può donare l'otto per mille al culto di Iside? Arrivo in negozio mezz'ora prima dell'apertura, che c'è da sistemare il magazzino. Arrivo, e le televisioni della sala proiettano la neo-vittoria della Ferrari. Che palle. Il baraccone della Formula Uno mi infastidisce come - mi pare d'aver capito leggendo la letteratura specialistica - mi infastidisce come un attacco di cefalea a grappolo. Due minuti dopo, su eMpTyV, la Bandabardò, con la sua carica di energia trascinante, mi rimette di buonumore. Prezzo centomila libri usati, sistemo gli scaffali, affronto il cliente domenicale con una marcia in più. Una sola stilla d'amaro ammorba i miei pensieri. La Bandabardò all'eMpTyV Day... mah. Poi ci sono i Linea 77, non mi piacciono ma sono energia pure loro, tutto sommato. Dopo le cinque si declina sensibilmente. Preparo cinque scatoloni di trasferimento, mi assalgono i ricordi dei noiosi mesi lavorativi dell'estate scorsa. Vengo colto da brividi - febbre? stanchezza? eccesso di caffeina? Su eMpTyV ora c'è Morgan. Dopo la sua mezzora di concerto, mai come in quel momento l'espressione cadere le palle ha avuto più senso. Le cerco, devono essere finite sotto lo scaffale dei remainders. Pure lo intervistano, questo Morgan. Due minuti di parole in libertà. Due minuti dopo i quali avrei pagato oro per poter essere lì, nel backstage, a commentare, di persona, in diretta, in faccia alle telecamere e all'Artista contemporaneamente, a dire Morgan, ma che cazzo stai dicendo? Vedere facce allibite, notare il tremolìo dell'immagine su uno dei monitor spia, il cameraman sta iniziando a ridere, poi voltarmi verso l'incredula presentatrice, e saldare un conto che sento di avere aperto con la sua categoria: e voi, ma che cazzo avete da urlare? Non avete mai sentito parlare di 'amplificatori'? Perso in queste fantasie raggiungo il Compagno di Sbronze A, raggiungiamo a nostra volta degli aperitivi, e di nuovo solo raggiungo casa, e la mia cena. Sul tavolo, su un foglietto spiegazzato, sono scribacchiati i miei orari per la settimana prossima.

Credo che il Sindacato non sarebbe contento.

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sabato, settembre 13, 2003 

[23:56]

Mentre torno verso casa, sono le undici, e pioviggina. Saluto due persone, due persone molto importanti, e mi incammino, solo. Solo. Mi stringo nella mia felpa nera - che immagine letteraria - incrocio le braccia. Mi fa male un piede per le nove ore di lavoro di oggi. Penso. Quando arrivo nei pressi di Geologia, mi coglie il panico, dentro. Non so perchè, ma mi viene il desiderio improvviso, fortissimo, quasi inevitabile, di stendermi a terra, contro un muro, rannicchiato, le spalle alla strada, e di mettermi a guaire. Arrivo alla bicicletta, pedalo un pò verso il centro, mi fermo a bere ad una fontanella. Quando imbocco via Manin mi torna in mente una frase di qualche decina di minuti prima.

Lei: quanto ci metti, in macchina, a tornare a casa?

Io: Macchina? Ehm... io son qua in bicicletta.

Lei: ah, e quanto...?

Io: normalmente in dieci minuti ci sarei, a casa. Dato che pioviggina, e dato che ho la pessima abitudine di fare lo sgaio andando senza mani, è possibile che numerosi scivoloni facciano salire il tempo necessario oltre i tre quarti d'ora - nella più ottimistica delle ipotesi.

E poi rifletto. Inizio a credere che vorrei poter prolungare la pausa dalla tesi per un pò, per altri sei mesi, e inizio a credere che vorrei che la scolastica - il periodo stagionale in libreria - durasse altri sei mesi. Perchè, si, c'è una stanchezza incredibile, ci sono i momenti di sconforto e torpore, c'è lo spazio quasi nullo che resta per la propria vita. Però... però la mente è tranquilla.

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venerdì, settembre 12, 2003 

[23:43]

Recupero. Recupero, ed attesa.

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giovedì, settembre 11, 2003 

[23:14]

Signori e signore, il Macello. Riassumo velocemente; nonostante per farmi crollare ci vogliano le cannonate, preferisco farmi un'oretta in più di sonno - per una volta, sono preventivo e salutare nei miei confronti. Resoconto schematico, quasi stenografico. Alle 7:12 mi tiro su dal letto. Vaga lavata, acqua fredda perchè gli operai del gas non hanno ancora finito la messa a norma dell'impianto. Alle 8:00 in punto sono a fare colazione in centro con lo Smilzo Collega C. Poco dopo siamo ambedue a procacciarci cibarie per la pausa pranzo. Incrociamo il Compagno di Sbronze A, che per salutarci tutto assonnato quasi mi finisce sotto un camioncino della monnezza. Alle 9:00, quando apriamo le serrande, ci sono già almeno venti clienti, in attesa, fuori dal negozio. Si scannano per la precedenza in coda. Vari episodi di bassezza borghese. Liste, libri, prenotazioni. Quattro ore così. Prendo appunti, brevi stralci di dialogo. Scene di umana follia, descrizioni di menti dissociate. Alle 13:00 pranziamo, io e lo Smilzo Collega C, nel vicolo dietro alla libreria. Ci prendiamo qualche libertà, fisica e vocale. Rutti, peti, imprecazioni - e non solo - mentre mangiamo crassi panini e beviamo 66cl di more(tte)sca bevanda, propellente per il momenti di fatica eccessiva. Alle 14:00 circa si ricomincia, e si prosegue senza soluzione di continuità fino alle 19:58, quando tiro finalmente un sospiro di rilassamento, e mi dedico a rumare tra i libri destinati al macero. Nel frattempo, ho assistito a numerose scene degne di nota, ho ricevuto in faccia una salva di bestemmie - come solo un veneto può fare - da un ragazzino di sedici anni, ho raccolto sorrisi di intesa e solidarietà lavorativa, ho gestito, dosato ed elargito dosi differenti di affabile gentilezza, fredda professionalità, spietato sarcasmo, ho riflettuto - a lungo - sulla fattibilità del masticare foglie di coca durante il prossimo pomeriggio del genere. Ancora con lo Smilzo Collega, ancora il vicolo dietro alla libreria. Altre esternazioni corporali, vocali, gassose, mentre beviamo una birra e discutiamo sul fatturato del mercato dei libri scolastici. Decidiamo di meritarci una ricca cena premio, a fine stagione. Pizza barbona, casa. Domani si replica.

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[00:47]

Ogni tanto, nel corso del delirante pomeriggio di lavoro, un pomeriggio da cinquanta, sessanta persone in coda, ogni tanto la nostra Cerberica Direttrice entra in magazzino, e urla: ci sono domande? Qualche codice che non vi torna? Problemi con le liste? Si, dico io, una sola domanda. Dimmi, dice lei. Posso uccidere?

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mercoledì, settembre 10, 2003 

[01:53]

Con l'arrivo delle prime pioggerelline semi-autunnali, buffa persona z si trasforma nel suo alter-ego anfibio, il Batrace. Si, perchè è d'uopo che, quando il cielo si mette a gocciolare, io mi trovi regolarmente per strada, in bicicletta o a piedi. Oggi, ad esempio, tutti i tragitti da me compiuti - casa/lavoro, lavoro/osteria, osteria/casa - sono stati funestati da magagne atmosferiche. Di modesta entità, certo. Ma, si sa, le Converse All-Star che mi ostino a portare anche in pieno inverno non sopportano poi così bene l'acqua. Calzano come un guanto. Già, come un guanto di spugna di quelli da bagno. Comunque. Ora sto chattando. Piena notte, fuori continua a piovere, i Darkane in cuffia a volume notevole mi suonano Convicted. Un paio di riflessioni?

Riflessione #1. Domenica La Repubblica trafila approposito della power list pubblicata da un rotocalco americano - Premier? - lista di potenza (?) in cui sono riportate le persone più influenti di Hollywood. Spielberg, Halle Berry, Clooney, varia umanità del genere. Curioso la pagina - è mio padre che sta leggendo il giornale. Fra le foto di alcuni dei fortunati, scorgo quella di Vin Diesel. O del suo bicipite. Una percentuale - variabile - tra il sessanta e il sessantacinque percento del riquadro è infatti occupata da questa parte del suo corpo. Il muscolo sorride, ci offre la sua posa migliore. Va bene. Dato che la figura morale di Vin Diesel mi ha sempre attirato - un pò come quella di altri Grandi Lumi, chessò, tipo Steven Seagal - chiedo a mio padre e Vin Diesel, a che numero sta? Al quarantasettesimo, mi risponde. Ecco, mi dico io: questa lista non vale una cippa. Va bene, questo ha le mani in pasta ovunque, questa produce un pò tutti i film, quello ha i denari, a quella gli tirano gli Oscar addosso... ma Vin Diesel, con quei bicipiti, con quei muscolazzi, lui ti tira una pedata e ti butta per terra. Allora: chi merita il podio della power list?

Riflessione #2. Dialogos è un testo di filosofia per i licei. E' edito dalla Bruno Mondadori. E' in tre volumi - ritengo uno per classe del triennio. Copertina nera, titolo ben evidente, molto minimalista. Al centro campeggiano tre fotografie - una per volume, obviously - in bianco e nero, molto americano-del-secondo-dopoguerra. Belle copertine, belle fotografie. Rifletto spesso, a proposito di queste fotografie. A proposito del messaggio altamente metaforico, potentemente allegorico che queste fotografie nascondono. Sul primo volume campeggia l'immagine di un bambino che corre gaudente lungo un marciapiede, con un filone di pane sotto il braccio. Certo. La filosofia si propone di trovare risposte ai problemi dell'uomo, e il primo dei veri, seri problemi reali dell'uomo è quello alimentare - avere la pancia piena, possibilmente di sane e nutrienti leccornie. Sul secondo volume il nostro bambino, sempre in bianco e nero, cerca di soddisfare un'altro bisogno: la sete di conoscenza, la curiosità come molla verso l'ignoto. Assieme ad un amico, pure lui in b/n, lo vediamo varare una zattera di tronchi lignei, con tanto di rudimentale vela. La filosofia lo soccorrerà, ad esempio, fornendogli il vento per sospingerlo lontano. O chissà cos'altro. E sul terzo volume, vi chiederete voi? Sul terzo volume il nostro eroe, capito finalmente che lo stomaco si tiene a bada con poco, capito che la conoscenza e la curiosità si, va bene, belle e divertenti ma fino un certo punto... sul terzo volume campeggia la fotografia del nostro amico, seduto su un gradino, tutto intento - la posa delle mani lo dimostra chiaramente - ad intortare una  ragazzina bionda. Insisto. Un senso, a tutto questo, c'è.

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lunedì, settembre 08, 2003 

[19:59]

"Buongiorno, libreria ***, sono buffa persona z, desidera?"

"Si, salve, sono xyxxyxy. Io ho comprato qualche giorno fa, presso di voi, un libro di geografia per la quarta ginnasio, e c'è qualcosa che non mi convince"

"In che senso?"

"Si. Il libro sarebbe per la quarta ginnasio, però tratta del mondo"

"... e quindi?"

"Eh, io mi ricordo che il mondo si studiava in quinta ginnasio, mentre in quarta si dovrebbe studiare l'Europa, e siccome ho guardato l'indice di questo libro e ho visto che tratta solo del mondo, mi chiedevo se effettivamente va bene"

"Ma lei è venuta da noi con la lista che le ha fornito la scuola di suo figlio?"

"Si"

"E il mio collega, quando le ha portato il libro, ha verificato il codice?"

"Si"

"Beh, allora il libro è quello. Quando il codice corrisponde, signora, il libro è proprio quello che ha adottato il docente"

"Capisco... però... io ho guardato l'indice del libro, e proprio il primo capitolo dice 'tutto il mondo esclusa l'Europa', insomma, non è che mi dura due anni questo libro? Oppure devo comprarne un'altro l'anno prossimo?"

"Beh, sa, la scelta del libro è a discrezione del docente. Io non mi preoccuperei, una volta che il libro è quello della lista"

"Ma il libro mi sembra così sottile... non è che ce n'è un'altro che tratta dell'Europa, e io devo prendere anche quello?"

"Senta... mi può dire il titolo?"

"Percorsi di Geografia"

"Della Zanichelli?"

"Si"

"C'è scritto '2002' sotto al titolo?"

"Si"

"E allora, signora, il libro è soltanto quello"

"Ma proprio non ce un'altro volume?"

"No, mi dispiace. Percorsi di geografia è in un'unico volume"

"E allora come faccio?"

"Nulla. Aspetta l'inizio della scuola, e fa chiedere a suo figlio delle delucidazioni al docente. Se ci sono problemi, ci riporta libro e scontrino, e glielo cambiamo"

"E se volessi portarvelo indietro ora?"

"Beh... al massimo le possiamo fare un buono"

"Un buono?"

"Si, un buono. Per acquistare qualcos'altro"

"Qualcos'altro?"

"Eh, tipo due etti di stracchino"

"Come, scusi?"

"No, nulla. Abbiamo la linea telefonica che fa contatto con quella del macellaio di fronte"

"Non sapevo ci fosse un macellaio, di fronte a voi"

"Infatti non c'è. Ha chiuso qualche tempo fa"

"Ah"

"L'aspetto con libro e scontrino. Grazie, e arrivederci"

"Arrivederci?"

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[00:03]

Domenica, media Val Canali, ore 12:30 circa. Classico giro in cerca di un pò d'aria salubre. Chiacchero con il Vecchio Conoscente L, amico di famiglia, attendendo il pranzo della domenica. Il suo cane vaga libero per il piazzale dell'albergo-ristorante. Arriva, arrancando per la salita, una macchinina rossa - sarò sincero: non ho preso nota di che veicolo fosse. Scendono due nobildonne venete. Nobildonne perchè... beh, perchè si vede. All'interno, messo in comunicazione con la realtà circostante soltanto da sette centimetri di finestrino aperto, c'è un piccolo snauzer. Uggiola. Una delle due nobildonne - la vera protagonista del dialogo seguente - chiede a voce alta di chi è il cane. Il Vecchio Conoscente L non sente, la domanda viene ripetuta. Il mio interlocutore si approssima alla nobildonna. Può tenere lontano il cane dalla macchina, che il mio me la graffia tutta? Il Vecchio Conoscente L non capisce: il mio, di cane, le ha graffiato la macchina? Lècita richiesta di informazioni: la distanza tra i due ed il sibilo del vento montano impediscono una perfetta ricezione dei suoni. La nobildonna apre le braccia in segno di disperazione: cosa devo fare, per farmi capire? Gliel'ho anche detto in italiano. L'altra nobildonna pronuncia l'unica battuta prevista dal suo cameo: beh, prova a dirglielo in dialetto, magari capisce. Il Vecchio Conoscente L si incazza. E vorrei vedere. Si volta, cammina verso l'albergo inveendo. Richiama il suo cane, un bastardino. La prossima volta veniamo con un leone, così si mangia tutti i cani, esclama. Sale nella sua stanza, portandoci il suo animale. Ma riesce a dire qualcosa che non siano stupidate? Si sente alle sue spalle. Dopo qualche minuto il Vecchio Conoscente L torna nel piazzale. Bestemmia come un turco - no, come un veneto - e lancia minacce ai quattro venti. La scena è molto colorita, io sdrammatizzo. Ma sono piuttosto infastidito. Dopo pranzo, con le narici piene dell'odore del caffè, osservo la posizione delle due nobildonne. Sono a tavola, hanno l'aria di volerci stare ancora per un pò. Esco dalla sala ristorante, e mi avvicino furtivo alla vettura incriminata. Lascio che per qualche minuto lo snauzer si agiti davanti a me. Quando perdo la sua attenzione, mi appoggio di spalle alla macchina e inizio a farla ondeggiare pericolosamente sui suoi ammortizzatori. Lo snauzer riprende a saltare a destra e a sinistra; si sposta dai sedili posteriori a quelli anteriori, gratta i finestrini. Lui abbaia, io ghigno. Lo fisso negli occhi, tento qualche procedura di ipnosi canina per stimolare il tratto terminale del suo intestino. Non serve a nulla. Mi allontano di qualche passo. Noto per la seconda volta il finestrino semi-aperto. Corro all'Alfettona di famiglia. Nel bagagliaio, una borsetta di ossi che abbiamo rancurato per il cane di mia nonna. Ne sottraggo qualcuno. Non c'è bisogno di dire dove vanno a finire. Lo snauzer mi osserva stupito per un attimo, ed inizia a pasteggiare. Bravo, b-bello! Io penso al nostro cucciolo, mi dispiace, caro mio, ti son debitore, ti compro un quarto di bue tutto per te, non ti preoccupare. Guardo il mio ospite divorare la carne residuale, sento il tipico rumore dello sgranocchio. C'è però qualcosa che non va, dato che poco dopo mi ritrovo a guardare lo snauzer che evacua sul sedile posteriore. E, nello stesso momento, il Vecchio Conoscente L esce nel piazzale, il suo cane al guinzaglio, ancora delle frasi poco nobili in bocca. Frasi di vendetta. Entro di soppiatto nel bar dell'albergo, mi dirigo al bancone, ordino una grappa al timo. La butto giù, mi schiarisco la gola e, con la voce profonda dei più navigati imbonitori, entro nella sala ristorante gremita dei turisti domenicali. Scommesse, signori e signore, scommesse! Solo qui, al Ristorante ***, solo per oggi, e solo per voi... siamo orgogliosi di presentare un evento per stomaci forti, un evento fuori dal normale! La Lotta Abusiva tra Cani! Scommettete signori! E non è tutto! L'evento sarà seguito da un'eccezionale, furiosa Lotta tra Padroni di Cani! Vogliate seguirmi nel piazzale, per fare conoscenza dei contendenti...

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domenica, settembre 07, 2003 

[01:28]

Un sabato sera a casa dello Smilzo Collega C, una bottiglia di vino bianco, musica della più varia spezie, quattro chiacchere. Il lavoro, le conoscenze, il resto. Si parla di libri, anche. Mi legge un dialogo, dalle prime pagine di La storia, di Elsa Morante. Ad un certo punto, due versi di una canzone anarchica:

dinamite alle chiese e ai palagi

trucidiamo l'odiato borghese!

Continuiamo a chiaccherare. Passa mezzanotte, raccolgo le mie cose, cellulo e chiavi di casa, e attraverso la stanza. Sul tavolo, appunti sparsi. Penna blu, scrittura femminile, lettere tonde, gonfie; sono di una sua coinquilina. Botanica farmaceutica, o qualcosa del genere. Sposto un paio di fogli, leggo la prima frase che mi capita sotto gli occhi.  E' la definizione del subero, qualcosa tipo "tessuto di rivestimento costituito da più strati di cellule morte, impregnate di suberina, con funzioni di impermeabilizzazione, di difesa dagli agenti patogeni e di protezione meccanica". Saluto il mio ospite, e mi avvio verso casa con addosso una mordiba, rassicurante sensazione. La sensazione che una soluzione c'è. Magari è un pò nascosta, magari ci vuole un pò di fortuna nelle traiettorie che l'occhio segue, ma la soluzione, a tutto, c'è. Ed è anche a portata di mano.

Mentre pedalo, la mia mente - malata - riflette. Protezione meccanica, già. Immagino le forze dell'ordine, la protezione civile, i militari, tutti operosi, intenti a rivestire di suberina chiese e palagi, chiese e palagi che ora assomigliano ad enormi alveari di molecole esagonali - non so perchè, ma nella mia fantasia - malata anch'essa - ogni molecola che non rientri nelle mie scarse cognizioni di chimica elementare ha la forma (la pianta?) esagonale...

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venerdì, settembre 05, 2003 

[23:22]

Questa sera, sulla mia scrivania, tra monitor e tastiera, non c'è nè birra nè vino rosso. C'è un bicchierone di latte freddo. Dopo il lavoro non mi sono fermato in piazza, nè in qualche osteria - di fiducia o meno. Sono tornato a casa, mi sono fatto un piatto di pasta, qualche telefonata, mi sono dato una rinfrescata, e mi sono chiuso in camera. Questa sera, questa notte, è il momento dell'intimismo. Scriverò, leggerò, solo soletto. Insomma, come si diceva con i miei compagni del corso di Buone Maniere, a Cambridge, questa sera mi faccio i cazzi miei. Stonano, for the atmosphere's sake, solamente Darkane, Soilwork e Strapping Young Lad che escono dalle casse del computer. Nel mio taccuino ci sono pagine e pagine di appunti, note, frasi, estratti di dialoghi. Osservazioni. Mai come in questi giorni ho osservato, quasi sistematicamente, quello che mi circonda. Il mondo, la gente, tutto. Ho provato a filtrare pensieri e parole in molti modi. Attraverso l'ironia, l'autoironia, il cinismo, il sarcasmo, l'obiettività, la soggettività. Potrei parlare - oops, scrivere - per ore. Ma, per adesso, accenno solo al processo a cui ho dato il via da qualche tempo. Questo processo è la Scrematura. Per una volta, resto a guardare. Smetto di spingere, smetto di azionare la grande ruota. Smetto, e me ne sto a guardare il mondo girare senza i miei costanti interventi, le mie costanti spinte. Certo, Scrematura si riferisce alle persone. E' una lotteria. Chi si farà sentire? E quando? Anzi: si farà sentire, qualcuno, prima o poi? Ieri, se vi ricordate, ero sustoso. Dopo venti giorni di Scrematura, arriva una mail dell'ex-Irraggiungibile Diletta. Toh, penso io. E' un pò che non sento tue notizie, il lavoro ti starà impegnando. E via dicendo. Curioso. Quando le mie notizie fluivano copiose in sua direzione, mai una volta che ricevessi segni di vita, risposte, qualcosa. Qualunque cosa. Il ruolo del monologante mi ha anche stancato. Insomma, per farla breve, ieri era una giornata di Scrematura e sustosità. Scrivo una mail di risposta, una lunga mail di risposta. La spedisco. Tento di capire cosa c'è di sbagliato, in questa mail. Troppo stupida? Troppo sarcastica? Troppo pesante? Mah, non mi pare. Ma non capisco. Ci sono anche le battute. Già, le battute; le battute celano le stilettate. La rileggo, ieri notte, a mente fredda. La rileggo. Finalmente capisco. E non è bello. I filtri. In questa mail non c'è il filtro dell'affetto che provavo per questa persona. Tutto qui. Sono io. Sono io, ma sono freddo. E' il mio umorismo. Ma non è il mio affetto.

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[14:02]

Ieri ero sustoso. Sustoso è un termine veneto, forse strettamente padovano, mi sfugge; è un termine che significa... beh, alla fin fine significa qualcosa tipo pignolo rompicoglioni. Più o meno, in realtà come tutte le parole dialettali ha sfumature impercettibili che solo un parlante nativo riesce fino in fondo ad apprezzare. Insomma, ieri ero sustoso, e nel post che avrei dovuto scrivere avrei voluto dire certe cose, narrare degli episodi di sustosità. Poi c'è stato un aperitivo col Compagno di Sbronze A, una frugale cena a casa con mamma&papà, un'altro giro di aperitivi con i colleghi di lavoro, un passaggio a casa del Compagno di Sbronze A, dove però il mio umore viene intaccato - oltre che dai pressanti gorgoglii gastrici - dall'abbondante popolazione dell'appartamento. E dire che ero stato messo in guardia, poco prima del mio arrivo, da un messaggio del CdSA: qua cantano Vasco, aiuto, canto anch'io da ventiloquo, anzi, da ventriCulo. Sarebbe stato più che sufficiente per farmi desistere, in teoria. Comunque, ieri sera avrei voluto scrivervi che ieri sono stato proprio sustoso. Colpa un pò della mia direttrice, che alle 09:03 entra in magazzino inveendo contro l'entità del 'magazziniere' - è un'entità generica, indistinta, dotata probabilmente di una specie di universal mind tutta sua - perchè iniziavano ad arrivare i clienti che volevano sostituire libri sbagliati, e ciò vuol dire che qualcuno ha sbagliato, e qua e là. Qualcosa mi sfugge, forse, della recente saggistica sulla psicologia dei rapporti umani nei luoghi di lavoro gerarchizzati, ma non mi pare che si ottenga poi molto, urlando alla gente alle 09:03. Potrei sbagliarmi, comunque. Da qui decido di mantenere la mia cordialità, la mia gentilezza, la mia softness con i clienti che se lo meritano, e di sfogare il mio più subdolo cinismo con chi mi rompe ingiustificatamente le palle. Ne risulta che mi diverto ancora di più del solito. Come quando mi trovo ad ascoltare le richieste di una signora sui cinquantacinque anni, tutta timida e con lo sguardo abbassato verso la lista dei libri per il figlio, che mi chiedeva come funziona il mercato dell'usato, perchè è la prima volta eccetera. Io la rassicuro, le spiego tutto quanto, la guido per mano nell'intricato mondo dei codici ISBN. Di fianco a lei, un padre e un figlio attendono che un mio collega - lo Psicologo Friulano N - ritorni dal magazzino con i volumi richiesti. Il padre tamburella impaziente le dita sulla superficie di fòrmica del bancone, commentando la lentezza del servizio e guardando in giro, sugli scaffali, tutta questa inutile, fastidiosa cultura. Ah! Che spreco. Il figlio, un individuo di 120 kili palestrato allampadato ossigenato, dall'età variabile tra i 30 e i 35 anni - si, è lui l'interessato ai libri per la quarta superiore - rimbrotta ai commenti, si vanta, fa il bello, il saccente. Ha al collo una collana fatta con le palline di sandalo per profumare l'armadio. Odio quelle collane. Dopo venti, venticinque frasi tra l'umiliante e l'offensivo dirette al mio collega, ai suoi colleghi, alla libreria, all'inutile e fastidiosa cultura, insomma, a tutto un po', mi rompo le palle, e penso: se quel brocco di suo figlio non si fosse fatto bocciare quindici volte, forse lei ora non sarebbe qui a perdere tempo per comprare dei libri scolastici, cazzone. E lo penso talmente forte che lo dico. Ma nessuno mi sente, pare. Guardo il padre, è furente per la perdita di tempo. Gli sorrido, un sorriso che dice eh, che ci vuole fare, ci vuole il suo tempo. Un sorriso che sottintende anche e non solo il suo, di tempo: guardi qua! Lo Psicologo Friulano N esce dal magazzino. Lo chiamo, scusa, dai un'occhiata a questa lista, la signora mi chiede se questi libri... la mia voce è calma, pacata, mo-o-olto lenta.

[pausa, il lavoro mi chiama!]

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mercoledì, settembre 03, 2003 

[22:50]

Tutto allegro me ne andavo verso il mio luogo di lavoro, oggi pomeriggio, pedalando sulla mia bicicletta... mia, direi piuttosto sulla bicicletta che uso in questi giorni, e sarebbe a dire quella di mia nonna, un ciclo del secondo dopoguerra di modello detto "americano", ancora dipinto con i suoi colori originali bianco-e-verde, tutto oliatissimo e funzionale - freni a parte. Ora. La Padova settembrina - e ottombrina, e novembrina, e così via fino a luglio - si presenta per il ciclista come un infido percorso di guerra: non solo le nuove rotonde a norma europea - vedi titoli degli strilloni di stamane - ma anche automobilisti, tassisti, parcheggi assurdi, passi carrabili, piste ciclabili non segnalate, motorini, pedoni, turisti giapponesi, turisti inglesi - questi sempre e solo di una certa, veneranda età - bancarelle semoventi del mercato della frutta, esemplari di mele, albicocche e pesche che rotolano libere per il selciato in quanto cadute di mano ad anziani acquirenti, lavori in corso, transenne più o meno ingiustificate, buche, sanpietrini mancanti, e insomma tutta una serie di inghippi al tranquillo pedalare per la città. La bici "all'americana" della nonna si presenta come un veicolo dotato della manovrabilità di un tank sovietico della seconda guerra mondiale con problemi di frizione e pilota (o autista?) ubriaco di vodka di infima qualità. I freni pressochè inesistenti aggiungono un ulteriore elemento di imprevedibilità ad ogni spostamento. Entro nella stretta pista ciclabile - risevata ai cicli - dei Giardini degli Eremitani, si, sono loro, proprio loro, proprio quelli dove c'è la Cappella degli Scrovegni, e si, anche Giotto nel mondo, pare che a Padova non ci sia altro da vedere, Giotto, il Medioevo di Giotto e il Santo, e basta. Ma non sto qui a dare addosso alle politiche turistiche della Giunta - non sia mai! Insomma sto percorrendo la ciclabile quando, verso l'uscita della stessa dall'ambito del verde urbano, scorgo il solito assembramento di balcanici. Nulla contro, assolutamente - resta uno dei miei progetti mai realizzati il mischiarmi ad una delle loro feste domenicali d'argine - ma, dopo che per mesi t'accorgi che sei praticamente invisibile ai loro occhi, tu sulla tua bicicletta sulla a te riservata pista ciclabile, e ogni volta ti tocca rallentare, schivarli, e oltretutto beccarti i loro sguardi [inserire un aggettivo a scelta tra quelli che vi propongo, io non sono mai riuscito a decifrarlo correttamente: stupiti, indifferenti, irritati, bovini]... oggi decido per la Rivoluzione. Aumento il ritmo della pedalata. Sbuffo per il calore dello sforzo muscolare. Inizio a suonare il campanello all'impazzata. Non sortisce nessun effetto. Amen. Gradualmente si sfuma verso una tonalità seppia molto retrò. A me spunta una bombetta nera e i baffi mi si appuntiscono alle estremità. La mia postura si fa molto più eretta, meno svaccata, e la mia bicicletta si trasforma in uno di quei curiosi prototipi con la ruota anteriore enorme, e il ruotino posteriore. La scena ha il fascino fantozziano delle prime comiche del cinema muto: io attraverso incolume il capannello, mentre uomini, donne e bambini saltano impauriti verso i giardini, rotolando per il pendio erboso, inciampando nei cespugli di rose, e finendo nei sottostanti laghetti pescioluti. Grasse risate.

La prossima volta, eseguirò il passaggio in modalità Stealth: niente campanello, niente rumori, assetto ribassato ed aerodinamico della mia schiena, ghigno minaccioso stampato in fronte.

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[12:33]

Una seconda primavera. Per me, la vera primavera. Primavera nel senso di uscita da un periodo buio, oscuro, negativo, verso un periodo viceversa pieno di aspettative, un periodo bello e felice. O, almeno, un periodo in cui sia potenzialmente più facile esserlo, felice. Stereotipicamente, per l'essere umano normale, standard, questo periodo è la primavera reale, si esce dall'inverno freddo, piovoso, dall'inverno che appiattisce i bioritmi, che taglia le energie, e ci ci muove verso l'estate, il mare, la frivolezza di canottiere, sandali e pantaloncini corti. Per me, per la Creatura del Freddo, per buffa persona z, è l'autunno, la vera primavera. Io odio l'estate, fatico a reagire al caldo, all'umidità, mi sento fuori luogo, estraneo a quello che in questa stagione accade tutt'intorno. L'inverno, invece... l'oscurità alle sei di sera... Piazza Capitaniato, prospiciente alla facoltà di Lettere - la mia facoltà. Alberi ancora verdi, rigogliosi. Sul selciato, ancora i rami spezzati dalle recenti perturbazioni atmosferiche. La città, la piazza si popolano di studenti, di matricoline... many, many matricoline. Predominanza di cromosomi femminili. Un brivido, un fermento mi percorre la schiena mentre con lo Smilzo Collega C chiaccheriamo, chiaccheriamo ruotando in continuazione la testa in mille direzioni, le code degli occhi attratte da fuggevoli movimenti colorati ai limiti del campo visivo... Torno a casa pedalando di gran lena, tutto sommato di buon umore - anche se un pò in subbuglio. Tamburello sulle cosce i patterns di batteria del ritornello di All hail the new flesh, degli Strapping Young Lad. Il leggero turbamento erotico continua. A casa scorro velocemente gli oggetti delle mail nella cartella della Posta Eliminata. Viagra, Viagra, order now!, 'meglio del Viagra', sex pills, effetto garantito. Un tranquillante a metà prezzo da ordinare subito via internet no, eh?

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martedì, settembre 02, 2003 

[23:15]

Un'altra nota, brevissima. Ultimamente, faccio fatica ad instaurare rapporti. Di qualunque genere. E' un intimistico momento di solitudine. Non abbiatevene a male se per un pò non rispondo ai commenti.

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[23:10]

Chi è quell'individuo incappucciato di nero che vaga in bicicletta per una Padova già buia, in mano una bottiglia di Ceres, nello zaino una bottiglia di vodka mezzo finita, residuo del weekend fuori porta? Ma è ovviamente buffa persona z, che dopo una pizza barbona e un cospicuo numero di aperitivi se ne torna verso casa, dove troverà... suspense. Pausa. La lezione di oggi, mentre nella nostra osteria di fiducia io, lo Smilzo Collega C e il Compagno di Sbronze A centellinavamo - ma neanche poi tanto - i nostri rossi aperitivi, la lezione di oggi è il relativismo librario. Da una parte riesco ad arrivare, nel corso delle mie cinque ore di vendita, magazzino e quant'altro, a dire, ad una madre indecisa nell'acquisto di un volume usato, questa frase: ma si, signora, in ogni caso non si può non avere in casa un libro come questo. Dall'altra, lo Smilzo Collega C mi fa notare come, tra le madri della crème della città [vedi l'incompleto post di ieri] vi siano nascoste, abilmente nascoste, delle persone meno, decisamente meno abbienti, con notevoli problematiche alle spalle. Ci rifletto. E la suspense di cui sopra? Beh, arrivo a casa e trovo una mail fortemente negativa, fortemente negativa riguardo all'ambito cui tengo di più in questo particolare momento storico. E di più non dico. La soluzione al mio momento di scazzo è la solita. E per ora vi saluto.

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lunedì, settembre 01, 2003 

[23:36]

Sonnecchiando, nel pomeriggio, tra le pagine di Hasek e i morbidi accordi di quinta dei Darkane, arriva il messaggio del Compagno di Sbronze A. Spritz? Beh, chiaro. Pedalo già trepidando... già salivando, pregustando la mia osteria di fiducia, il suo caldo, accogliente, familiare ambiente. Ed eccoci qui, la scena cambia e siamo nel caldo, accogliente e tutto-il-resto ambiente di cui sopra. Ordiniamo due spritz, due tramezzini... ma subito ci accorgiamo che l'atmosfera calda (e, si, accogliente e familiare) è deturpata da due ragazzetti imberbi. Da uno dei due, in particolare. Ma, comunque, generalizziamo. Ed entriamo in modalità 'analisi sociale'. Gli Imberbi sono i figli della crème del centro città. Gli Imberbi chiaramente hanno un cospicuo, sicuro reddito parentale alle spalle. Questo reddito si manifesta come facile accesso a beni estetici e tecnologici. Beni estetici - carrozzeria, come da definizione del Compagno di Sbronze A - in quanto abiti di un certo livello, spesso [a proposito, mischio qui anche i risultati di numerose osservazioni compiute nel corso dell'ultimo anno - anno in cui mi sono accorto dell'esistenza di questa casta] spesso riconducibili ad un look marinaresco leggermente fuori luogo. Marinaresco chiaramente non nel senso del pescatore in cerata gialla odorosa di salsedine, bensì marinaresco nel senso di ricco-molto-ricco new economist attraccato col suo yacht a Montecarlo, gin lemon in mano con, sullo sfondo, attraente e sofisticata femmina in monopezzo satinato, tutta intenta a prendere il sole - o ad oscurarlo. Quindi: scarpette da ginnastica chiare, possibilmente di tela; polo firmate; colori spesso ridotti ad una tavolozza limitata, in blu bianco e poco più. Felpe in tema. E spesso, notavo, capelli ricci, corti. Già, l'aria di mare tende a farli arricciare... Poi ho nominato i beni tecnologici. Beh, qui si parla di telefonia mobile. Non mi sbilancio nel descrivere dettagli e modelli: non sono aggiornato, e non ne ho voglia. Riporto solamente due battute. Prima dell'arrivo delle Ragazzine, portandosi all'orecchio il cellulo dell'amico; il tono è derisorio ed un pò saccentello: ma dove telefoni, co' sta padella? Dopo l'arrivo delle Ragazzine: ah, guarda che cellulare ha lui... a vederlo, c'è da venire.

[faccio una pausa...]

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[16:17]

Il quartiere è avvolto da un cielo bianco, fitte nuvole portatrici di pioggia sembrano strati di cotone. Eccetto che per un piccolo, microscopico incidente - mi incrocia l'Onnipresente mentre tutto sonnolento sto aprendo i banconi all'esterno della libreria - la mattina scorre tranquillissima, quasi paciosa nonostante non ci un attimo per stare fermi. Clienti, mantenimento del magazzino, istruzione di una nuova collega. Tutto perfetto, il team lavora come un meccanismo svizzero oliatissimo. Mica ci si può lamentare, no? Ora, nella mia cameretta, rifletto tranquillamente sui prossimi passi della mia vita, e attendo che la pennica mi faccia lentamente chiudere gli occhi.

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